L'ambasciatore Enzo Perlot

Incontro con il massimo rappresentante dello Stato italiano in Germania

 
dai nostri inviati
Deutsch von Manuel Fumagalli
Il mese scorso l’Ambasciatore d’Italia in Germania Enzo Perlot è venuto ad Amburgo per visitare la scuola bilingue italotedesca – di cui avevamo informato su Contrasto nel gennaio 1999 – che ha concluso molto positivamente il primo anno scolastico. Nel corso della visita, accompagnato dalla Senatrice all’istruzione Raab, si è potuto rendere conto personalmente, parlando con insegnanti e bambini, della validità di questo progetto pilota. Quindi, nella sede del Consolato, l’Ambasciatore ha voluto incontrare i rappresentanti delle Associazioni italiane. Noi eravamo presenti e abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo dopo il suo discorso di presentazione. Eccone un brevissimo estratto:

«... Vedo qui prendere piede la sesta iniziativa del genere in Germania, quella più a nord, e spero che, come in altri Länder, sia solo un inizio. Queste scuole bilingue sono, io credo, una parte importante del futuro per i nostri ragazzi qui in Germania. Un futuro anche di questo Continente, un futuro di integrazione del nostro Paese con gli altri membri dell’Unione europea. Guardando questi bambini, parlando con loro e venendo interrogato, stavo proprio pensando che sono dei fortunati: se io nel mio paesetto del Trentino avessi avuto allora questa possibilità, non parlerei il brutto tedesco che parlo adesso. E sarei stato munito di un vero strumento per la vita, oltre a recepire fin da piccolo quel tanto di comprensione e di tolleranza per gli altri, che poi è alla base del futuro di tutti...

... Noi italiani siamo una collettività di gente seria, che lavora seriamente in questo Paese. Siamo rispettati, più di altre collettività, non c’è alcun dubbio. Dobbiamo continuare ad avere questo comportamento e a vivere in questo modo, in un paese che ha una lingua ostica e difficile, ma che non è pregiudizialmente contrario a noi, anzi, è stato sempre ospitale, apprezzando la presenza delle collettività italiane...»

In assemblea abbiamo posto all’Ambasciatore la seguente domanda:

Uno dei grandi problemi per l’integrazione dei giovani italiani nella società tedesca, più che la lingua italiana, è il fatto che non parlano molto bene il tedesco. I bambini italiani in Germania hanno grandi problemi a parlare il tedesco perché in casa i genitori o lo parlano male, o non lo parlano affatto. Ne risulta la situazione paradossale che fra tutti i bambini stranieri che frequentano la Sonderschule (classi differenziali) in Germania gli italiani sono la maggioranza. Pensa che ci possano essere delle possibilità di intervenire? Magari organizzando dei corsi per i genitori?

Confesso che in questi grandi problemi della lingua a volte mi sento un po’ perduto. La soluzione sarebbe che tutti mandassero i figli alla scuola tedesca normale. Ma il problema è che la collettività non è d’accordo. Se uno vuole mantenere le sue radici, ha difficoltà a fare questo salto. Anche per questo ci vuole il suo tempo. Certamente ci sono i problemi della Sonderschule, perché c’è qualcuno che non ce la fa. Ma i bambini che ho visto stamattina, ad esempio, che vivono in questa realtà mista, ebbene, proprio lì sta il futuro che dovremmo augurarci per i nostri figli...

Infine l’Ambasciatore ci ha gentilmente concesso un’intervista esclusiva, nella quale abbiamo posto le seguenti domande:

Ha già pensato nella Sua gioventù ad una carriera diplomatica?

No, per la verità no. Ho fatto qualche esperienza prima di entrare al Ministero degli Esteri, nel campo dell’emigrazione. Ci fu un periodo in cui fui anch’io un emigrante in Africa. Tornato dall’Africa, l’Organizzazione che mi aveva mandato mi chiese se volevo fare uno studio particolare per la loro assemblea che si teneva a Ginevra nel 1956. Accettai e subito dopo qualcuno mi chiese perché non facevo il Concorso per il Ministero degli Esteri. Solo allora presi questa decisione, non da ragazzo.

Negli anni della Sua carriera diplomatica, quale situazione particolarmente umoristica le è rimasta impressa?

Nel corso della mia prima esperienza a Bruxelles, nel 1961, c’era un collega italiano che durante le riunioni degli allora sei Paesi della Comunità, essendo un po’ sordo, si metteva in seconda fila con le cuffie per ascoltare l’interprete italiano e, astraendosi, scriveva. Il Ministro degli Esteri olandese fece un giorno una battuta esilarante in francese, alla quale risero tutti, meno il mio collega: primo non gli era arrivata la traduzione e secondo era sordo. Finita la risata generale, gli è arrivata la traduzione ed è scoppiato lui a ridere. Poi, siccome non la smetteva mai, tutto il Consiglio aveva gli occhi su questo signore e lui insisteva a chiedermi: «Hai sentito, hai sentito?»

Si è trovato qualche volta in una situazione particolarmente critica?

Certo. Quale rappresentante permanente alla Nato, ad esempio, ci sono dei momenti in cui, non avendo istruzioni, bisogna prendere delle decisioni. Un mio predecessore, in tali occasioni, mi diceva: «Perlot, vada fuori a fumarsi una sigaretta». Io uscivo a fumare, poi rientravo e lui mi chiedeva sottovoce, in presenza degli altri: «Ha fumato bene?». Gli altri vedevano che io parlavo con lui e quindi riferiva: «Ho appena fatto telefonare a Roma e ricevuto istruzioni...».

Come si comporta quando è costretto ad esprimere una posizione sulla quale personalmente non si trova d’accordo?

Non si può avere delle opinioni personali quando è in gioco la linea di istruzioni del Governo o comunque l’interesse dello Stato. Certo le cose non sono facili, dal punto di vista psicologico, però uno normalmente lo fa: se un’istruzione bisogna applicarla, si applica.

Ha ancora qualche progetto al termine della Sua carriera diplomatica?

Termino la carriera nel mese di novembre, quando compirò i 67 anni. Non intendo restare inoperoso e anche mia moglie è molto preoccupata che io stia in casa a non far niente. Per il momento non ho dei progetti ben precisi, ma un’esperienza di 42 anni in un mestiere può essere messa a disposizione dei più giovani. Percorrerei ad esempio volentieri la strada dell’insegnamento.

Ambasciatore Perlot, La ringraziamo del tempo messoci a disposizione per questa breve intervista, auguri per il Suo mandato fino a novembre e poi per la Sua pensione.

Im letzten Monat kam der italienische Botschafter in Deutschland, Enzo Perlot, nach Hamburg, um hier der deutsch-italienischen Schule einen Besuch abzustatten, über die wir bereits in der Februarausgabe ’99 berichtet haben und die sich im ersten Jahr sehr positiv entwickelt hat. Im Verlauf dieses Besuches, bei dem er von Bildungssenatorin Raab begleitet wurde, konnte sich der Botschafter durch Gespräche mit Lehrern und Schülern persönlich vom Nutzen dieses Pilotprojekts überzeugen. Anschließend stand ein Treffen mit Vertretern der italienischen Vereine im Konsulat auf dem Programm. Wir waren vor Ort und hatten Gelegenheit, den Botschafter nach der Rede, die er anlässlich der Schulpräsentation hielt, um ein Interview zu bitten. Hier ein kurzer Ausschnitt seiner Rede:

„... Wie ich sehe, hat hier, im äußersten Norden, die sechste Initiative dieser Art in Deutschland Fuß gefaßt und ich hoffe, daß dies, wie auch in den anderen Ländern, erst der Anfang ist. Diese zweisprachigen Schulen sind, wie ich meine, ein wichtiger Schritt für die Zukunft unserer Kinder hier in Deutschland. Sie sind darüber hinaus zukunftsweisend für den gesamten Kontinent und ein Schritt in Richtung Integration unseres Landes in die übrigen Mitgliedstaaten der Europäischen Union. Wenn ich diese Kinder sehe, mit ihnen spreche und von ihnen befragt werde, glaube ich wirklich, daß ihnen eine sehr glückliche Ausgangssituation geboten wird: Hätte ich in meiner eigenen Vergangenheit im Trentino schon diese Möglichkeiten gehabt, würde ich nicht so ein miserables Deutsch sprechen, wie ich es jetzt tue. Und ich hätte das nötige Rüstzeug im Leben gehabt, um von klein auf das große Maß an Verständnis und Toleranz für die anderen aufzubringen, das jetzt die Basis für unser aller Zukunft bildet...

... Wir Italiener sind eine Gemeinschaft von ernsthaften Leuten, die in diesem Land gewissenhaft arbeiten. Es gibt keinen Zweifel, daß wir mehr als andere ausländische Gemeinschaften in Deutschland respektiert werden. Die Art, wie wir hier leben und uns benehmen, müssen wir beibehalten, in einem Land, dessen Sprache für uns schwierig und fremdartig ist, das uns aber ohne Vorurteile, sondern im Gegenteil, wohlgesonnen gegenübertritt und in dem unsere Gegenwart geschätzt wird...“

In der anschließenden Versammlung haben wir dem Botschafter folgende Frage gestellt:

Eines der großen Probleme für die Integration junger Italiener in die deutsche Gesellschaft ist, mal abgesehen von der italienischen Sprache, die Tatsache, daß die Jugendlichen nicht sehr gut deutsch sprechen. Die in Deutschland aufwachsenden italienischen Kinder haben oft große Schwierigkeiten, die deutsche Sprache zu erlernen, weil ihre Eltern zu Hause entweder schlecht oder gar kein Deutsch sprechen. Daraus resultiert die paradoxe Situation, daß von den ausländischen Kindern, die in Deutschland die Sonderschule besuchen, die Italiener die Mehrheit stellen. Glauben Sie, daß es eine Möglichkeit gibt, dies zu ändern? Vielleicht, indem man Deutschkurse für die Eltern organisiert?

„Ich muß zugeben, daß ich mich angesichts der großen Problemen, die die Sprache mit sich bringt, manchmal etwas ratlos fühle. Die Lösung wäre, daß alle ihre Kinder auf eine normale deutsche Schule schicken. Das Problem daran ist aber, daß die Italiener hier damit nicht einverstanden sind. Zu sehr möchten Sie ihre Wurzeln wahren, so daß es ihnen sehr schwer fällt, diesen Schritt zu tun. Bis dahin wird es sicher noch einige Zeit dauern. Die Probleme mit der Sonderschule gibt es natürlich auch. Das liegt einfach daran, daß es immer einige gibt, die die normale Schule nicht schaffen. Die Kinder aber, die ich zum Beispiel heute gesehen habe und die in dieser gemischten Kultur leben, haben gerade deshalb, weil sie so aufwachsen, eine Zukunft vor sich, die wir unseren eigenen Kindern nur wünschen können...“

Am Ende hat uns der Botschafter freundlicherweise ein Exklusivinterview gegeben, in dem wir ihm die folgenden Fragen gestellt haben:

Haben Sie bereits in Ihrer Jugend an eine diplomatische Karriere gedacht?

Um ehrlich zu sein, nein. Bevor ich ins Außenministerium berufen wurde, habe ich einige Erfahrungen im Bereich der Emigration gemacht. Es gab eine Zeit, da war auch ich Emigrant in Afrika. Als ich aus Afrika zurückkam, fragte mich die Organisation, die mich dorthin geschickt hatte, ob ich Interesse hätte, an einem Studiengang teilzunehmen, der 1956 in Genf speziell für die Konferenz stattfand. Ich sagte zu und sofort danach fragte mich jemand, warum ich nicht einfach an der Ausschreibung für das Außenministerium teilnehmen würde. Erst dann traf ich die Entscheidung, Diplomat zu werden, nicht schon als Jugendlicher.

Welcher besonders humorvolle Vorfall ist Ihnen in Ihrer Karriere als Diplomat in bleibender Erinnerung geblieben?

Als ich 1961 meine ersten Erfahrungen in Brüssel machte, hatte ich einen italienischen Kollegen, der etwas schwerhörig war. Während einer Sitzung der damals sechs Mitgliedsstaaten der EU setzte er sich in die zweite Reihe und hörte über Kopfhörer dem italienischen Dolmetscher zu, während er schrieb und mit den Gedanken woanders war. Eines Tages machte der holländische Außenminister einen Scherz auf französisch, bei dem alle lachen mussten, nur mein Kollege nicht: Erstens hatte der Dolmetscher den Witz noch nicht übersetzt und zweitens war der Kollege schwerhörig. Nachdem das allgemeine Gelächter sich gelegt hatte, erreichte die Übersetzung auch meinen Kollegen, der daraufhin vor Lachen fast geplatzt wäre. Da er nicht aufhörte zu lachen, richtete die gesamte Versammlung die Augen auf ihn; er hingegen fuhr fort mich zu fragen: „Hast du das gehört, hast du das gehört?“

Haben Sie sich schon einmal in einer besonders schwierigen Situation befunden?

Sicherlich. Als ständiger Vertreter bei der NATO zum Beispiel, gibt es Momente, in denen man Entscheidungen ohne Instruktionen von oben fällen muß. Einer meiner Vorgänger sagte in derartigen Situationen immer zu mir: „Perlot, gehen Sie raus und rauchen Sie eine Zigarette“. Ich ging daraufhin raus, um zu rauchen, und als ich wieder reinkam, fragte er mich leise in Gegenwart der anderen: „Hat die Zigarette gut getan?“ Den anderen, die sahen, daß ich nach dem Hereinkommen mit ihm sprach, berichtete er sodann: “Ich habe gerade mit Rom telefoniert und Instruktionen erhalten...“.

Wie verhalten Sie sich, wenn Sie eine Position vertreten müssen, die Sie selber nicht teilen?

Man muß seine Privatauffassung zurückstellen, wenn die Entscheidungsbefugnisse der Regierung oder sogar die Interessen des Staates auf dem Spiel stehen. Natürlich ist eine derartige Situation aus psychologischer Sicht schwierig, aber normalerweise beugt man sich: Wenn es erforderlich ist, sich an eine Instruktion zu halten, geschieht dies auch.

Haben Sie am Ende Ihrer Diplomatenlaufbahn noch besondere Pläne?

Ich werde im November, nach meinem 67en Geburtstag, aus dem diplomatischen Dienst ausscheiden. Ich habe aber nicht vor, mich danach endgültig zur Ruhe zu setzen, nur meine Frau macht sich Sorgen, ich könnte den ganzen Tag untätig zu Hause sitzen. Bis jetzt habe ich zwar noch keine konkreten Pläne, aber ich könnte meine in 42 Berufsjahren erworbenen Erfahrungen an die jüngere Generation weiterreichen. So würde ich beispielsweise gerne auf dem Gebiet der Ausbildung tätig werden.

Botschafter Perlot, wir danken Ihnen, daß Sie uns Ihre Zeit für dieses kurze Interview gewidmet haben und wünschen Ihnen für Ihr Mandat bis November und anschließend für Ihre Pension alles Gute.