Il dialetto calabrese

 
di Silvia Vetere
Deutsch von Achim Leoni
Il ricordo più lontano che ho del mio rapporto con il dialetto calabrese è legato a una mia prozia paterna (zitella, vissuta sempre con i fratelli) che, elencando i suoi dolori fisici, diceva sempre che le faceva male «a trippa dei gammi» («la trippa delle gambe», ovvero il polpaccio) e pronunciava il primo suono della parola trippa con un’affricata, ovvero lo stesso suono che usano gli inglesi per la sequenza fonica “tr” (un inglese che apprendesse il dialetto calabrese sarebbe avvantaggiato nella pronuncia). La mia prozia è stata forse la fonte più ricca per me di espressioni dialettali: in realtà in casa, soprattutto per volere di mia madre, vigeva il divieto assoluto (che valeva più per me, “femminuccia”, che per mio fratello) di usare il dialetto, sebbene poi avessi modo di ascoltarlo a scuola o giù nel cortile dai miei coetanei o dai loro genitori. Il contatto che ho avuto con il dialetto calabrese si può dire abbastanza emblematico per la mia regione, visto che sono cresciuta tra il dialetto di Catanzaro (dove ho vissuto 18 anni) e quello della provincia di Cosenza (dialetto di paese e per questo molto conservativo), parlato da mio padre e dai miei zii. E infatti è proprio questa la caratteristica più peculiare del dialetto calabrese: la precisa demarcazione tra un dialetto settentrionale (fino al golfo di S. Eufemia) legato a un sostrato latino più antico, e uno meridionale legato a una latinità più recente, quasi al volgare italiano.

Questo si traduce in una serie di elementi sintattici e lessicali abbastanza diversi: per esempio, mentre nella variante settentrionale si usa una forma enclitica dell’aggettivo possessivo (come nel rumeno), soruta (tua sorella), mammata (tua madre), mugghieremma (mia moglie), in quella meridionale si trova una forma simile al siciliano e alle altre lingue neolatine, to soru (tua sorella), me figghia (mia figlia). Nel lessico si trovano altre illuminanti differenze: mentre nella provincia di Cosenza domani è crai (come il latino cras), al sud della Calabria è dumani.

Una caratteristica comune invece a quasi tutti i dialetti calabresi è l’assenza dell’avverbio con la desinenza “-mente”. Ad esempio si dice: sugnu veru malatu (sono veramente malato), la fimmina era brutta vestuta (la donna era vestita male), staju bonicellu (sto benino), bomminutu (bono venutu, benvenuto).

Come per altri dialetti italiani anche per quello calabrese valgono poi le tracce lasciate dalle civiltà che si sono avvicendate su questa terra: un soprastrato arabo (i saraceni fecero parecchie incursioni tra la fine del X e dell’XI secolo) ancora presente in alcune parole come zirru (dall’arabo zir), contenitore dell’olio, o come carrubba, il frutto del carrubbo, dall’arabo harrub, e uno francese che ha lasciato tra l’altro parole come accattare, acquistare.

Forte è stata anche la presenza della lingua greca che, come l’albanese, sopravvive addirittura in alcune isole linguistiche (p. es. in provincia di Reggio Calabria): nei dialetti calabresi ne è rimasta traccia nella costruzione sintattica con la congiunzione dei verbi che esprimono volontà (vojiu u mangiu, voglio mangiare), o in parole come naca (culla), dal greco nakè, da cui anche annacare, dondolare (di una donna che ondeggia sensualmente i fianchi si dice “guarda come annaca”).

Mi sembra curioso sottolineare che gli studi sul dialetto calabrese sono legati al nome di un illustre studioso tedesco Gerhard Rohlfs, professore di filologia romanza di Berlino, che percorrendo la Calabria in lungo e in largo ha avuto il merito di aver ricostruito l’identità etnica e culturale di questa regione, per la cui gente egli ebbe sempre l’ammirazione dello studioso e l’affetto dello straniero accolto con infinita ospitalità. Pare che in uno dei suoi primi viaggi (ne fece almeno 23), mentre si aggirava per i boschi del magnifico altopiano calabrese della Sila, il Rohlfs si fosse imbattuto in un vecchio pastore con il cappello a cono (cappiellu pizzutu): quando il Rohlfs gli disse di essere tedesco il vecchio esclamò: «Allura vu siti tedescu comu a don Teoduru». Il don Teoduru che il pastore ricordava d’aver conosciuto decenni prima in giro per la Sila non era altri che lo storico Theodor Mommsen (1817-1903).

Meine erste Berührung mit dem Kalabrischen, an die ich mich erinnern kann, war, dass eine Großtante väterlicherseits (eine alte Jungfer, die immer bei ihren Brüdern gelebt hat), wenn sie ihre körperlichen Leiden aufzählte, immer sagte, dass ihr „a trippa dei gammi“ (ital. „la trippa delle gambe“, wörtlich der Beinwanst, das heißt die Wade) wehtue. Wobei sie den ersten Laut des Worts trippa mit einer Affrikata aussprach, also dem gleichen Laut, den die Engländer für die Tonfolge „tr“ einsetzen (ein Engländer, der den kalabrischen Dialekt lernt, wäre also hinsichtlich der Aussprache begünstigt). Meine Großtante war für mich die vielleicht reichste Quelle dialektaler Ausdrücke: Tatsächlich herrschte zu Hause, worauf vor allem meine Mutter drängte, absolutes Dialektverbot (was mehr für mich „femminuccia“ [Mädchen] galt als für meinen Bruder), auch wenn ich dann in der Schule oder unten im Hof Gelegenheit hatte, meine Altersgenossen oder ihre Eltern Dialekt sprechen zu hören. Den Kontakt, den ich mit dem Kalabrischen hatte, kann man als einigermaßen sinnbildlich für meine Region bezeichnen, wenn man bedenkt, dass ich zwischen dem Dialekt von Catanzaro (wo ich 18 Jahre lang gelebt habe) und dem der Provinz Cosenza (einem ländlichen und deshalb sehr konservativen Dialekt) aufgewachsen bin, der von meinem Vater sowie meinen Onkeln und Tanten gesprochen wurde. Genau das ist nämlich das eigentümlichste Merkmal des kalabrischen Dialekts: die präzise Trennlinie zwischen einem nördlichen Dialekt (bis zum Golf von S. Eufemia), der auf eine ältere lateinische Grundlage zurückgeht, und einem südlichen, der mit einer jüngeren Latinität, beinahe dem Vulgäritalienischen, verknüpft ist.

Das drückt sich darin aus, dass eine Reihe von syntaktischen und lexikalischen Elementen ziemliche Unterschiede aufweist. Während man zum Beispiel in der nördlichen Variante wie im Rumänischen eine enklitische Form des besitzanzeigenden Adjektivs benutzt – soruta („tua sorella“, deine Schwester), mammata („tua madre“, deine Mutter), mugghieremma („mia moglie“, meine Gattin) –, findet man in der südlichen eine Form, die dem Sizilianischen und den anderen neolateinischen Sprachen ähnelt: tu soru („tua sorella“, deine Schwester), me figghia („mia figlia“, meine Tochter). Im Wortschatz finden sich weitere auffällige Unterschiede: Während in der Provinz Cosenza „domani“ (morgen) crai heißt (wie das lateinische cras), ist es im Süden Kalabriens dumani.

Ein gemeinsames Merkmal fast aller kalabrischen Dialekte ist hingegen das Fehlen des Adverbs auf die Endung „-mente“. Man sagt zum Beispiel: sugnu veru malatu („sono veramente malato“, ich bin wirklich krank), la fimmina era brutta vestuta („la donna era vestita male“, die Frau war schlecht angezogen), staju bonicellu („sto benino“, mir geht es ganz gut), bomminutu (bono venutu, „benvenuto“, willkommen).

Wie in anderen italienischen Dialekten haben ferner auch im Kalabrischen jene Kulturen ihre Spuren hinterlassen, die einander auf diesem Territorium abgelöst haben: ein arabisches Superstrat (die Sarazenen sind zwischen dem späten zehnten und elften Jahrhundert mehrfach ins Land eingefallen), das noch in einigen Wörtern wie zirru (vom arabischen zir) für Ölbehälter oder carrubba, der Frucht des „carrubo“ (Johannisbrotbaums), vom arabischen harrub, gegenwärtig ist; und ein französisches, das unter anderem Wörter wie accattare („acquistare“, kaufen) hinterlassen hat.

Stark war auch die Präsenz der griechischen Sprache, die, wie das Albanische, in einigen Sprachinseln sogar überlebt hat (zum Beispiel in der Provinz von Reggio Calabria): In den kalabrischen Dialekten hat sie mit der Konjunktion der einen Willen ausdrückenden Verben ihre Spuren in der syntaktischen Konstruktion hinterlassen (vojiu u mangiu, „voglio mangiare“, ich will essen) oder in Wörtern wie naca („culla“, Wiege), aus dem griechischen naké, von dem auch annacare („dondolare“, schaukeln) stammt. (Von einer Frau, die sinnlich ihre Hüften kreisen lässt, sagt man „guarda come annaca“ – schau, wie sie schaukelt.)

Kurios scheint mir hervorheben zu müssen, dass die Erforschung des kalabrischen Dialekts eng mit dem Namen eines deutschen Gelehrten verknüpft ist: Gerhard Rohlfs, Professor für Romanistik in Berlin. Ihm kommt das Verdienst zu, bei seinen Reisen kreuz und quer durch Kalabrien die ethnische und kulturelle Identität dieser Region rekonstruiert zu haben, deren Bevölkerung immer seine wissenschaftliche Bewunderung galt und die Zuneigung eines Fremden, der mit unendlicher Gastfreundschaft aufgenommen wurde. Auf einer seiner Reisen (er unternahm mindestens 23) soll er auf der wundervollen kalabrischen Sila-Hochebene auf einen alten Pastor mit kegelförmigem Hut (cappiellu pizzutu) gestoßen sein. Als Rohlfs ihm sagte, dass er Deutscher sei, rief der Alte: «Allora vu siti tedescu comu a don Teoduru» („Dann sind Sie Deutscher wie Don Teoduru“). Dieser Don Teoduru, den der Alte sich Jahrzehnte zuvor unterwegs auf der Sila getroffen zu haben erinnerte, war kein anderer als der Historiker Theodor Mommsen (1817-1903).

Proverbi calabresi - Kalabrische Sprichwörter


Si ncuntri nu lupu e nu tamarru dassa ‘u lupu macia e spara a lu tamarru.

Se incontri un lupo e un villano, lascia in pace il lupo e spara sul villano.

Wenn du einem Wolf und einem Bauern begegnest, lass den Wolf in Frieden, und schieße auf den Bauern.


Cui ti vo’ bena, ncasa ti vena.

Chi ti vuole bene ti viene a trovare in casa.

Wer dich gern hat, der kommt dich zu Hause besuchen.


Pane e cipuddha è mangiara de signora.

Pane e cipolla è cibo da signori.

Brot und Zwiebeln sind die Kost von Reichen.


Si voi avira bona nzalata, pocu acitu e assai ogghiata; de sala na pizzicata, de na paccia manijata.

Se vuoi avere una buona insalata devi mettere poco aceto e molto olio, un pizzico di sale e farla rimestare da una pazza.

Wenn du einen guten Salat haben willst, brauchst du wenig Essig und viel Öl, eine Prise Salz und eine Verrückte zum Umrühren.


Dio ti guarda d’omu sbani e de fimmana varvuta, de remitu grassu e de fimmana chi ama ‘u spassu.

Dio ti guardi dall’uomo senza peli, dalla donna barbuta, dall’eremita grasso e dalla donna che ama il divertimento.

Möge Gott dich schützen vor dem unbehaarten Mann, der bärtigen Frau, dem fetten Eremiten und der Frau, die das Vergnügen liebt.


Cui vo’ campara sanizzu sanizzu, doppu mangiatu riposa nu pezzu.

Chi vuole vivere in salute, dopo il pranzo deve riposare un poco.

Wer gesund leben will, muss nach dem Essen ein bisschen ruhen.