Omaggio a Fabrizio De André

Mit dem Tod des genuesischen Liedermachers endet eine Epoche in Italien

 
di Mauro Venier
Übersetzt von Mauro Venier und Marlis Schweinoch
L'11 Gennaio scorso è scomparso, a causa di un tumore, Fabrizio De André. Questa è la notizia che all’inizio dell’anno ha scosso l’Italia della musica e della cultura, ma anche quella della gente comune. Notizia che nessuno si aspettava, anche se, in realtà, i più attenti avevano già potuto cogliere una sorta di definitivo commiato nel titolo del suo ultimo lavoro, scritto al passato (l’antologia “M’innamoravo di tutto”).

Ma chi è stato Fabrizio De André? Cosa significa per la musica italiana la sua scomparsa?

De André era nato a Genova, il 18 Febbraio del 1940. Di famiglia altoborghese, studente di giurisprudenza svogliato, ha sempre preferito la Genova dell’angiporto, quella dei disperati, alla Genova ricca e fortunata. I suoi compagni di strada, reali o metaforici, sono stati puttane e ubriaconi, emarginati e drogati. Mentre a chiesa e istituzioni non ha risparmiato il sarcasmo.

La scelta dei disperati rispetto ai fortunati era prima esistenziale che politica: non sopportava i doveri materiali, l’efficientismo estremo, la “necessità” di produrre insita nella nostra società. Ha infatti inciso pochissimo rispetto ai classici ritmi dell’industria discografica (ma molto rispetto alla propria indole pigra).

Negli anni sessanta cominciò a comporre. E gli ascoltatori scoprirono nella sua musica che l’arte e la poesia possono essere la più radicale delle rivolte. Con gli anni lui rimase sempre uguale, col suo anarchismo e il suo pacifismo, pacifismo per nulla incruento. Le sue canzoni erano dure, facevano male. I contenuti erano animosi, acri, tendenti all’invettiva. Pochi hanno saputo colpire duramente come lui la società. La sua rabbia sfociava in poesia, dove forse un altro avrebbe ceduto al terrorismo. Ma la sua arma, emulo di Pasolini, era il linguaggio.

Comincia insieme a Luigi Tenco col jazz, prima di creare uno stile proprio - scabro, crudo, pungente, ispirato agli chansonniers francesi. Il suo primo singolo, del 1958, passa inosservato. La fama arriva nel 1965, con “La canzone di Marinella”, da lui scritta e interpretata da Mina. Nel 1968 il suo primo album, con “Bocca di rosa” e “Via del Campo”.

La consacrazione è del 1969, quando incide “Tutti morimmo a stento” e “Fabrizio De André vol. 2”. Dei quali, il secondo contiene brani come “La canzone di Marinella”, “La guerra di Piero”, “Il testamento”; mentre il primo è un album a tema con brani di ampio respiro. Anche nel 1970 incide due album: “Volume III” e “La buona novella”. Ne “La buona novella” mette audacemente in musica i Vangeli apocrifi. L’album successivo, “Non al denaro né all’amore né al cielo”, è tratto dall’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters e contiene quello che De André considerava il proprio autoritratto: “Il suonatore Jones”.

Il suo disco più politico è del 1973, “Storia di un impiegato”, ispirato ai moti studenteschi (“Il bombarolo” ne è la canzone simbolo). Nei due dischi successivi collabora con successo con Francesco De Gregori e traduce Cohen e Dylan. Nel 1978 pubblica “Rimini”. Fa seguito la lunga tournée con la Premiata Forneria Marconi, che vede la sua musica reinterpretata in chiave rock. Tournée, divenuta ormai quasi leggenda.

Nel 1979 viene rapito. Fabrizio dedicherà nel 1981 a questa segnante esperienza una canzone dolorosa e splendida, “Hotel Supramonte”. Tre anni più tardi esce “Creuza de mä”, un album entrato nella storia, il suo capolavoro assoluto. Il disco è un viaggio nella musica del Mediterraneo, cantato interamente in dialetto genovese. Nell’album successivo, “Le Nuvole”, De André si ispira ad Aristofane e canta la morte degli ideali. L’ultimo disco di inediti, “Anime salve”, viene concepito insieme a Ivano Fossati, forse il suo vero erede musicale.

Con la sua morte si chiude un’epoca: la sua libertà di pensiero era, e probabilmente rimarrà, unica. De André non è mai stato di moda. La moda passa. Le canzoni di De André restano e conservano il loro fascino. Canzoni da non dimenticare.

Am 11. Januar ist Fabrizio De André an einer Krebserkrankung gestorben. Diese Nachricht machte Anfang des Jahres das Italien der Musik und der Kultur, aber auch der kleinen Leute betroffen. Mit seinem Tod hatte niemand gerechnet, nur aufmerksame Hörer hatten bemerkt, daß seine letzte Arbeit (die Anthologie „M’innamoravo di tutto“) eine Art Abschied sein sollte, geschrieben im Imperfekt.

Aber, wer war Fabrizio De André? Was bedeutet sein Tod für die italienische Musik?

De André wurde in Genua, am 18. Februar 1940, geboren. Aus gutbürgerlicher Familie stammend, lustloser Jurastudent, liebte er stets mehr das Genua des Hafens, der Hoffnungslosen als das reiche und glückliche Genua. Seine metaphorischen und auch realen Begleiter waren Huren und Trunkenbolde, sozial Außenstehende und Drogensüchtige. Sein Sarkasmus richtete sich aber gegen Staat und Kirche.

Er ergriff Partei für die Vergessenen, nicht für die Glücklichen - hauptsächlich aus existentiellen, weniger aus politischen Gründen: er entzog sich den materiellen Pflichten und den extremen Leistungsanforderungen unserer Gesellschaft. Tatsächlich hat er auch, im Vergleich zu sonstigen Produktionszahlen in der Plattenindustrie, wenig veröffentlicht (für seine faule Natur war es jedoch viel).

In den sechziger Jahren begann er zu musizieren. Und die Zuhörer entdeckten in seiner Musik, daß Kunst und Poesie selbst Ausdruck radikalsten Aufruhrs sein können. In allen Jahren blieb er sich selbst, seinen anarchistischen und pazifistischen Ideen treu, einem Pazifismus, der alles andere als friedlich war. Seine Lieder waren hart, sie taten weh. Die Themen waren beherzt, beißend, beleidigend. Wenige konnten so hart die Gesellschaft anprangern wie er. Sein Zorn mündete in Poesie, wo ein anderer vielleicht zum Terroristen geworden wäre. Aber seine Waffe war, nach Pasolinis Vorbild, die Sprache.

Er machte zusammen mit Luigi Tenco Jazzmusik, bevor er einen eigenen Stil – trocken, roh, beißend, nach Art der französischen Chansonniers – gefunden hatte. Seine erste Single, 1958 erschienen, blieb erfolglos. Berühmt wurde er 1965 mit „La canzone di Marinella“, ein Lied, das von ihm geschrieben wurde und von der Sängerin Mina gesungen wurde und von der Gewalt gegen Frauen handelt. 1968 erschien sein erstes Album, mit „Bocca di Rosa“ und „Via del Campo“.

Der Durchbruch zum Erfolg kam 1969, als „Tutti morimmo a stento“ und „Fabrizio De André vol. 2“ erschienen. Das zweite Album versammelt Lieder wie „La canzone di Marinella“, „La guerra di Piero“, „Il testamento“; das erste Album wurde als Concept-album zusammengestellt, ein sehr umfassendes Lieder-Opus. Auch 1970 erschienen zwei Alben: „Volume III“ und „La buona novella“. In „La buona Novella“ thematisiert er mit Kühnheit die apokryphen Evangelien. Das folgende Album, „Non al denaro né all’amore né al cielo“, ist aus Edgar Lee Masters’ „Spoon River Anthology“ entnommen und enthält das Lied, das De André als Selbstportät interpretierte: „Il suonatore Jones“.

Seine politisch eindeutigste Platte „Storia di un impiegato“, stammt aus dem Jahre 1973 und thematisiert die Studentenbewegung („Il bombarolo“ ist das bezeichnendste Lied). In den zwei folgenden Alben arbeitete er mit Francesco De Gregori zusammen und übersetzte Cohen und Dylan. 1978 erschien „Rimini“. Eine lange Tournee mit der Premiata Forneria Marconi, die seine Lieder im Rockstil variierte, folgte. Eine Tournee, die jetzt fast Legende ist.

1979 wurde er entführt. Fabrizio widmet 1981 diesem einschneidenden Erlebnis ein schmerzhaftes und wunderbares Lied, „Hotel Supramonte“. Drei Jahre später erschien „Creuza de mä“, ein Album, das nunmehr Geschichte ist, sein Meisterstück. Die Liedersammlung ist eine Reise durch die Musik des Mittelmeers, gänzlich in genuesischem Dialekt gesungen. In der folgenden Platte, „Le Nuvole“, läßt sich De André durch Aristophanes inspirieren und besingt den Tod der Ideale. Die letzte Platte mit originellen Liedern, „Anime salve“, wurde zusammen mit Ivano Fossati, wahrscheinlich De Andrés wahrer musikalischer Erbe, konzipiert.

Mit seinem Tod geht eine Epoche zu Ende: seine intellektuelle Freiheit war und wird wahrscheinlich einzigartig bleiben. De André ist nie modisch gewesen. Die Mode geht. Die Lieder De Andrés bleiben und behalten ihre Faszination. Lieder, die man nicht vergessen darf.