L'emiliano e il romagnolo

 
«Alla regione amministrativa Emilia Romagna non corrisponde una realtà dialettale unitaria. Anzitutto entro i confini delle otto provincie (oggi nove – n.d.r.) si parlano molte varietà dialettali, in secondo luogo i confini dei dialetti emiliano romagnoli differiscono da quelli amministrativi: a occidente raggiungono Pavia e Voghera, a nord verso il confine veneto arrivano a Mantova, nelle valli appenniniche invece non sempre giungono al crinale; scendono poi nella Lunigiana fin verso Carrara. Al romagnolo appartengono Marradi, in provincia di Firenze, e il territorio marchigiano fino al corso del fiume Esino.

Il Pellegrini nella sua recente Carta dei dialetti d’Italia (Pisa, 1977), suddivide l’area emiliano romagnola in diverse sezioni: la emiliana occidentale con le provincie di Parma, Piacenza, Reggio e Modena; la emiliana orientale con Bologna e Ferrara; la romagnola con le provincie di Forlì e Ravenna e il circondario di Imola. Sezioni di transizione rappresentano il dialetto mantovano, il vogherese-pavese, il lunigiano.

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La varietà delle parlate emiliano romagnole è da attribuirsi a ragioni storiche e geografiche che nel corso dei secoli non ne hanno consentito la fusione in un’unica lingua. Non è facile dire quante esse siano: inchieste approfondite per identificare il corso delle differenti isoglosse sono ancora da compiere. Anzitutto è bene tenere distinte le due parti della regione amministrativa: l’Emilia e la Romagna. Nei romagnoli è vivissimo, più che negli emiliani, il senso della propria identità culturale e linguistica»

(G. Bellosi, G. Quondamatteo, Le parlate dell’Emilia e della Romagna, Edizioni del Riccio, 1979)

«... ciò che fa più meraviglia è che perfino quelli che risiedono nella stessa città mostrano delle differenze, come i bolognesi di Borgo San Felice e quelli della Strada Maggiore. Perché esistano tutte queste diversità e varietà del parlare apparirà chiaro da questa sola ragione: diciamo che nessun effetto supera la sua causa, in quanto è effetto, e nessuna cosa può produrre ciò che non è. Ed essendo il nostro linguaggio (tranne quello creato da Dio per il primo uomo) conformato a nostro piacimento dopo quella confusione che non fu altro se non dimenticanza della lingua precedente, ed essendo l’uomo un animale instabilissimo e mutevolissimo, questo non può essere né durevole né immobile, ma come ogni altra nostra cosa – vedi gli usi e i vestiti – è portato a mutare col mutare dei tempi e dei luoghi».

(Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia)

Der Verwaltungsregion Emilia-Romagna entspricht keine einheitliche Dialektgruppe. Zum einen werden innerhalb der acht (heute neun – A.d.R.) Provinzen viele Dialektarten gesprochen, zum anderen weichen die mundartlichen Grenzen der Emilia-Romagna von den administrativen ab: Im Westen erreichen sie Pavia und Voghera, im Norden, Richtung Venetien, gehen sie bis nach Mantua, in den Tälern des Apennins hingegen reichen sie nicht immer an die Trennlinie heran; dann verlaufen sie die Lunigiana hinunter bis Carrara. Zum Romagnolo gehören Marradi in der Provinz Florenz und der Teil der Marken bis zum Flußlauf des Esino.

Giovan Battista Pellegrini unterteilt in seiner Carta dei dialetti d’Italia (Pisa 1977) den Raum Emilia-Romagna in verschiedene Abschnitte: die westliche Emilia mit den Provinzen Parma, Piacenza, Reggio und Modena; die östliche Emilia mit Bologna und Ferrara; die Romagna mit den Provinzen Forlì und Ravenna (und Rimini – d. Red.) sowie dem Umkreis von Imola. Abschnitte des Übergangs bilden der Dialekt von Mantua, das Vogherese-Pavese und das Lunigiano.

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Die Vielfalt der Redeweisen in der Emilia-Romagna hängt mit historischen und geographischen Gegebenheiten zusammen, die einer Verschmelzung zu einer einzigen Sprache im Weg standen. Wie viele es sind, ist schwer zu sagen: Vertiefende Untersuchungen zum Verlauf der verschiedenen Isoglossen (Sprachgrenzlinien) stehen noch aus. Zunächst ist es gut, die beiden Teile der Verwaltungsregion auseinanderzuhalten: die Emilia und die Romagna. Bei den Romagnoli ist das Gefühl für die eigene kulturelle und sprachliche Identität sehr lebendig und stärker ausgeprägt als bei den Emiliani.“

(G. Bellosi/G. Quondamatteo, Le parlate dell’Emilia e della Romagna, Florenz, 1979)

„... was am meisten erstaunt, ist, daß sogar die, die in derselben Stadt wohnen, Unterschiede aufweisen, wie etwa die Bologneser von Borgo San Felice und die von der Strada Maggiore. Warum es all diese Unterschiede und Arten zu reden gibt, kann nur aus diesem einen Grund klar erscheinen: Wir sagen, daß keine Auswirkung ihre Ursache übersteigt, insofern es sich um eine Auswirkung handelt, und keine Sache das hervorbringen kann, was sie nicht ist. Und da unsere Sprache (außer der, die Gott für den ersten Menschen erschaffen hat) nach unseren Wünschen vereinheitlicht wurde nach jenem Durcheinander, das nichts anderes war als das Vergessen der vorangegangenen Sprache, und da der Mensch ein unstetes und wechselhaftes Wesen ist, kann das weder dauerhaft noch unverrückbar sein, sondern wird sich so wie jede andere Sache – siehe die Bräuche und die Kleidung – verändern mit dem Verändern der Zeiten und der Orte.“

(Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia)