Eurofilia

Sind die Italiener bessere Europäer?

von  Wolfgang Pruscha
 
Italiano di Anna Mazzaro e Wolfgang Pruscha
Die Meinungsumfragen sprechen eine klare Sprache: Wenn in der Vergangenheit gefragt wurde, wie die Italiener über das vereinte Europa, über den Vertrag von Maastricht oder über den Euro dachten, dann waren die Antworten in Italien immer sehr viel positiver als in anderen europäischen Ländern. Volksabstimmungen gab es in Italien sehr viele, aber nie ist es jemandem eingefallen, den europäischen Zusammenschluss zur Abstimmung zu stellen. Warum gefällt den Italienern Europa so gut? Sind sie bessere und überzeugtere Europäer? Auf den ersten Blick scheint es in der Tat so, auf den zweiten bemerkt man jedoch Dinge, die nicht ganz in dieses Bild passen.

Untersuchungen über die Verbreitung von Fremdsprachenkenntnissen zeigen immer wieder, dass die Italiener unter diesem Aspekt in Europa ziemlich am Ende stehen. Fragt man die Italiener, wie sympathisch sie die Deutschen, Engländer oder Franzosen finden, wie sie ihre Lebensweise, ihre Gewohnheiten beurteilen, dann sehen die Ergebnisse ganz anders aus (im Durchschnitt natürlich): die italienische Lebensart scheint unübertroffen in Europa. Fragt man dann noch, in welchem Land Europas sie am liebsten leben würden, gibt es nur wenige, die diese Frage nicht mit einem überzeugten „In Italien natürlich“ beantworten. Ein weiteres Symptom für den Nationalstolz ist die italienische Fahne, die allgegenwärtig ist und bei jeder Gelegenheit vorgezeigt wird. Manchmal scheinen die Italiener sehr viel nationalistischer zu sein als die Deutschen. Wie kann man das vereinbaren mit der großen Zustimmung zum Europagedanken?

Man kommt der Antwort näher, wenn man untersucht, was sich die Italiener eigentlich von Europa erwarten: politische Stabilität, Effizienz und Modernität der Verwaltung, Sauberkeit und Korrektheit in der Politik, ein Ende der Vetternwirtschaft. Mit anderen Worten: sie erwarten von Europa das, was der italienische Staat ihnen offensichtlich nicht garantieren kann. Der Stolz auf die „italianità“, d.h. auf die eigene Lebensweise, aber auch auf die Schönheit des Landes und seine Beliebtheit im Ausland steht in krassem Gegensatz zu dem Abgrund, den die italienischen Bürger vom eigenen Staat trennt. Der Staat war und ist für viele der Feind, den man sich so weit wie möglich vom Leib zu halten hat. Selbst Italiener, die die jeweilige Regierungspartei wählen, sprechen oft über den Staat, als ob es da kaum noch etwas zu retten gäbe. Das Vertrauen der Italiener in die Verbesserbarkeit des eigenen Staates ist wohl so niedrig, wie in kaum einem anderen Land Europas. Wenn Deutsche den eigenen Staat kritisieren, wollen sie ihn ändern, wenn Italiener Kritik üben, dann tun sie es in der Regel mit resigniertem Unterton: so war es immer und so wird es auch bleiben. Etwas überspitzt ausgedrückt, könnte man sagen: die Italiener lieben Italien, aber sie verabscheuen den italienischen Staat.

Leider ist es hier unmöglich, die Gründe dafür genauer zu analysieren. Interessant ist dagegen, daß die negative Einstellung dem eigenen Staat gegenüber zu einer manchmal ans Komische grenzenden Überschätzung des Auslandes führt, zu einer Tendenz, wenigstens auf dem Gebiet der Politik alles, was aus dem Ausland kommt, grundsätzlich für besser zu halten. Bei vielen politischen Diskussionen ist oft die erste Frage: was denkt man im Ausland darüber? Eine Kritik ist dann besonders vernichtend, wenn der Kritisierende zeigen kann, daß es in Deutschland, England und Frankreich ganz anders gemacht wird. Der jüngste Parteitag der linken Regierungspartei DS hatte das Motto „I care“; das haben zwar 80% der Italiener nicht verstanden oder jedenfalls erst nach umständlichen Erklärungen war aber vielleicht gerade deshalb ein intelligenter Schachzug: ein Hauch von England verschafft in der italienischen Politik immer einen Vorteil. Ist es vielleicht ein Zufall, daß der Politiker Bertinotti immer betont englisch gekleidet ist?

Das Heil wird also von vielen aus dem Ausland erwartet, von Europa. Aber, so muß man natürlich fragen, können die Probleme, die ihre Ursache in Italien haben, wirklich „von außen“ gelöst werden? Und haben die Überschätzung des Auslandes, was die politische Ebene betrifft und die Geringschätzung dieser Länder, was die Lebensweise und Mentalität ihrer Einwohner angeht, nicht vielleicht die gleiche Wurzel: eine mangelnde oder doch sehr oberflächliche Kenntnis dieser Länder?

I sondaggi parlano chiaro: quando, in passato, si chiedeva che cosa pensavano gli italiani dell’Europa unita, del trattato di Maastricht o dell’Euro il risultato era sempre molto più positivo che negli altri paesi dell’Europa. In Italia ci sono stati spesso dei referendum, ma a nessuno è mai venuto in mente di far votare sull’unificazione dell’Europa. Perché agli italiani piace così tanto l’Europa? Gli italiani sono migliori e più convinti europei? A prima vista sembrerebbe di sì, ma andando più a fondo si scoprono delle cose che non collimano con quest’immagine.

Le indagini sulla diffusione della conoscenza delle lingue straniere continuano a dimostrare che, tra gli europei, gli italiani a questo proposito sono quasi in coda. Se poi si chiede agli italiani quanto simpatici siano i tedeschi, gli inglesi o i francesi, come giudicano il loro modo di vivere e le loro abitudini, allora i risultati sono molto diversi (in media, naturalmente): il modo di vivere italiano sembra il migliore d’Europa. Se infine gli si chiede in quale paese dell’Europa preferirebbero vivere, allora solo pochi non rispondono con un convinto “naturalmente in Italia”. Un altro sintomo dell’orgoglio nazionale italiano è l’onnipresente tricolore, mostrato in ogni occasione: a volte gli italiani sembrano essere molto più nazionalisti dei tedeschi. Come si concilia allora questo fatto con il vasto consenso all’idea dell’Europa unita?

Ci si avvicina alla risposta se si cerca di capire che cosa, alla fin fine, si aspettano gli italiani dall’Europa: stabilità politica, efficienza e modernità dell’amministrazione, pulizia e correttezza nella politica, fine del clientelismo. In altre parole, si aspettano dall’Europa quello che lo stato italiano evidentemente non riesce a garantire. L’orgoglio dell’ “italianità”, cioè del proprio modo di vivere, ma anche della bellezza del Paese e della stima che gode all’estero, stanno in netto contrasto con l’abisso che separa il cittadino italiano dal proprio stato. Lo stato ha sempre rappresentato – e per molti resta tutt’oggi – il nemico dal quale bisogna tenersi lontano il più possibile. Persino gli italiani che hanno votato i partiti al governo parlano a volte dello stato come di qualcosa che sarebbe meglio buttare. La fiducia degli italiani nella possibilità di poter migliorare il proprio stato è molto scarsa, probabilmente come in pochi altri paesi dell’Europa. Quando i tedeschi criticano lo stato vogliono modificarlo. Gli italiani, invece, lo fanno di solito con un tono di profonda rassegnazione: così è sempre stato e così rimarrà. Con un’espressione un po’ forzata si potrebbe dire che gli italiani amano l’Italia, ma detestano lo stato italiano.

Purtroppo lo spazio non consente di analizzarne i motivi più dettagliatamente. È interessante invece notare che l’atteggiamento negativo nei confronti del proprio stato porta a volte a una esterofilia che confina con il comico: la tendenza, almeno nel campo della politica, a ritenere a priori migliore tutto quello che viene dall’estero. In molte discussioni politiche spesso la prima domanda è: che cosa si pensa di questo problema all’estero? Ogni critica diventa particolarmente efficace quando colui che la esprime può dimostrare che in Germania, in Inghilterra o in Francia questo problema viene risolto in una maniera del tutto diversa. L’ultimo congresso del partito di governo DS ha avuto come motto “I care”. L’80% degli italiani non l’hanno capito – o solo dopo spiegazioni complicate – ma forse proprio per questo è stata una mossa intelligente: un qualcosa di inglese deve pur essere vantaggioso anche per la politica italiana. È forse un caso che il politico Bertinotti si vesta sempre in stile esplicitamente inglese?

Per molti la salvezza dovrà dunque venire da fuori, dall’Europa. Ma bisogna chiedersi se i problemi che hanno origine in Italia possano essere veramente risolti “dall’esterno”. E la sopravvalutazione dell’estero per quanto riguarda la politica, nonché la poca stima che godono questi paesi per quanto riguarda mentalità e modo di vivere dei loro abitanti, non hanno forse alla fine la stessa radice, cioè una conoscenza molto scarsa o superficiale di questi paesi?