Maurizio Maggiani

Ein Ritter der das Schweigen bricht

 
di Donatella Brioschi
Deutsch von Antje Niebuhr
Molto spesso le modalità organizzative della presentazione di un libro danno poco spazio alla comprensione dell’autore, della sua anima. Ma non è il caso di Maurizio Maggiani, classe 1951. E l’occasione di conoscerlo è stato l’incontro con il pubblico dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo. Lui è così com’è, semplice, acuto, simpatico e un po’ scanzonato. Un cantastorie, come ama definirsi, che sa rendere le immagini e sa leggere, con pause calibrate, le pagine del suo romanzo La regina disadorna, tradotto ora in Germania da Nautilus, ma già pubblicato nel 1998 in Italia da Feltrinelli.

Se non fosse uno scrittore potrebbe essere un umorista da ascoltare, però, con attenzione per non sottovalutare il tono dimesso e cordiale. Anche quando affronta i temi più seri lo fa con leggerezza e affascina perché quello che dice è semplicemente la nostra storia, la storia del mondo. «Sono nato nella valle della Magra, terra fra la Liguria e la Toscana. Questa terra appartiene a se stessa. Non sappiamo nulla di noi, non avevamo scrittura. Le montagne bianchissime di marmo brillano d’estate e d’inverno: sono le Alpi Apuane. E nel centro, a picco sulla Magra, ci siamo noi gli abitanti di quella valle. Sappiamo fare solo due cose, coltivare l’ulivo e scavare il marmo, oltre a saper raccontare. E ancora oggi raccontiamo. Abbiamo una grande arte, quella di narrare e ci viene riconosciuta. Sappiamo di noi dai Romani che si sono fermati sulle nostre terre due secoli e mezzo. Come diceva Strabone nel descriverci: “... assomigliano a uomini e a lupi”. I Romani venivano malvolentieri dalle nostre parti perché non c’era niente da rubare, è una terra di passaggio, non abbiamo nulla tranne la fierezza della nostra libertà. Siamo geneticamente anarchici, di un anarchismo libero, apolitico e questa necessità di libertà e di autonomia un po’ folle ci ha forse costretti ad essere dei buoni narratori. Ciò che ho imparato dalla mia famiglia è che, come diceva Cervantes nel Don Quijote, “... siamo tutti uguali perché siamo cavalieri e non schiavi”. L’indipendenza, l’orgoglio, la nostra signorilità la realizziamo nella nostra voce. Una vita senza voce è una vita che si dissolve. Dare voce a una vita significa che si è presenti nel mondo intero, se la vita di una città è silenziosa, è senza voce. E non è giusto».

Il suo libro, La regina disadorna, parte dal desiderio di non dimenticare da dove veniamo e perché viviamo. Regina altera, ma senza orpelli, è la città di Genova l’iniziale fondale del romanzo. Sascia e Paride, il loro figlio Giacomo, che diventerà prete e andrà a vivere in un’isola del Pacifico, i commerci nella città nei primi del secolo scorso, l’atmosfera dei carruggi, i profumi delle spezie, l’ambiente del porto e i suoi personaggi, le case, i luoghi. ma soprattutto l’amore filiale: un tema, come dice Maggiani, di cui si parla poco. Tutto è raccontato con minuzia e, anche se non si conosce la città, si finisce per credere che questo mondo esista ancora e sia comunque sicuramente esistito. Questo è il compito dello scrittore e lo si vede dalla ricerca del linguaggio e dai particolari descrittivi. Vi sono voluti quattro anni per terminare il romanzo ed è un lavoro ben fatto. Merita di essere apprezzato e riconosciuto. Il libro va assaporato come un buon vino, pochi sorsi ma corposi. Si può leggerne anche solo un capitolo e poi chiuderlo, quindi riaprirlo ad un’altra pagina e richiuderlo ancora. I personaggi rimangono lì, al loro posto, e ci aspettano. Loro non lo sanno, ma la loro vita è come un pezzo della nostra che dimentichiamo per strada, o che non vogliamo ricordare. E invece no. Ogni momento è un passaggio e ogni storia ha un suo perché, come dice l’autore, «tutti siamo cavalieri, re e regine e ogni istante che trascorriamo su questa terra ha un significato e nulla dovrebbe restare nel silenzio». Soprattutto in quello nostro, interiore, che a volte ci mozza il fiato e ci impedisce di parlare.

Pubblicati dall’autore: Màuri, màuri (1989), Vi ho già tutti sognati una volta (1990), Felice alla guerra (1992), Il coraggio del pettirosso (1995), La regina disadorna (1998), Un contadino in mezzo al mare (2000).

Sehr oft trägt die Organisationsform einer Buchvorstellung nicht dazu bei, den Autor und seine Seele zu verstehen. Aber dies trifft nicht im Fall Maurizio Maggianis, Jahrgang 1951, zu. Und die Gelegenheit ihn kennenzulernen bot sich bei der Begegnung mit dem Publikum des italienischen Kulturinstituts in Hamburg. Er ist wie er ist, schlicht, spitz, sympathisch und ein bißchen frech. Ein Bänkelsänger, wie er sich gern bezeichnet, der uns Bilder zu vermitteln weiß und der mit wohlbemessenen Pausen die Seiten aus seinem Roman Königin ohne Schmuck (La regina disadorna) vorliest – ein Roman, der 1998 in Italien vom Verlag Feltrinelli veröffentlicht wurde und jetzt auf Deutsch im Verlag Nautilus erschienen ist.

Wäre er kein Schriftsteller, so könnte er ein Humorist sein, dem man jedoch mit großer Aufmerksamkeit zuhören sollte, um ihn in seinem bescheidenen und herzlichen Ton nicht zu unterschätzen. Auch wenn er sich sehr ernsten Themen zuwendet, tut er dies mit Leichtigkeit und fasziniert uns, denn das was er sagt, ist ganz einfach unsere Geschichte, die Geschichte der Erde. „Ich bin im Magratal geboren, einem Gebiet zwischen Ligurien und der Toskana. Dieses Gebiet gehört nur sich selbst. Wir wissen nichts über uns, wir hatten keine Schrift. Die sehr weißen Berge aus Marmor leuchten im Sommer und im Winter: es sind die Apuanischen Alpen. Und mittendrin auf der Bergspitze über dem Magratal, da gibt es uns, die Bewohner dieses Tals. Wir können nur zwei Dinge: die Oliven ernten und den Marmor abbauen, abgesehen vom Geschichten erzählen. Und noch heute erzählen wir. Wir besitzen eine große Kunst, die des Erzählens, und diese wird uns auch zuerkannt. Wir wissen etwas über uns von den Römern, die sich zweieinhalb Jahrhunderte in unserem Gebiet aufhielten. Wie Strabone in seiner Beschreibung von uns sagte: „sie ähneln Menschen und Wölfen“. Die Römer kamen ungern in unsere Gegend, da es nichts zu rauben gab. Es ist ein Durchzugsgebiet, wir haben nichts als den Stolz unserer Freiheit. Wir sind genetisch anarchisch; es handelt sich um einen freien, unpolitischen Anarchismus und dieses etwas verrückte Bedürfnis nach Freiheit und Autonomie hat uns vielleicht dazu gezwungen, gute Erzähler zu sein. Das was ich von meiner Familie gelernt habe, ist, daß – wie Cervantes im Don Quijote sagt – wir alle gleich sind, weil wir alle Ritter, nicht Sklaven, sind. Die Unabhängigkeit, den Stolz, unsere Vornehmheit verwirklichen wir in unserer Stimme. Ein Leben ohne Stimme ist ein Leben, das in Auflösung begriffen ist. Einem Leben eine Stimme zu geben, bedeutet, daß man der ganzen Welt präsent ist; wenn das Leben einer Stadt stumm ist, ist es ohne Stimme. Und dies ist nicht richtig.“

Sein Buch, Königin ohne Schmuck, geht von dem Wunsch aus, nicht zu vergessen, wo wir herkommen und warum wir leben. Die stolze Königin, jedoch ohne Blendwerk, ist die Stadt Genua als anfänglicher Bühnenhintergrund des Romans. Sascia und Paride, ihr Sohn Giacomo (der Priester werden und auf einer Insel im Pazifik leben wird), der Handel in der Stadt während der ersten Jahre des vergangenen Jahrhunderts, die Atmosphäre der steilen Gassen, der Duft der Gewürze, das Ambiente des Hafens und seiner erzählten Figuren, die Schauplätze, vor allem aber die Liebe zum eigenen Kind: ein Thema, wie Maggiani sagt, über das man wenig spricht. Alles wird mit Liebe zum Detail erzählt. Auch wenn man die Stadt nicht kennt, beginnt man zu glauben, daß diese Welt noch existiert und auf jeden Fall existiert hat. Dies ist die Aufgabe des Schriftstellers und sie zeigt sich in der Wahl der sprachlichen Ausdrücke und den beschreibenden Einzelheiten. Es hat vier Jahre gedauert, den Roman fertigzustellen, und er ist eine gelungene Arbeit. Er verdient gewürdigt und anerkannt zu werden. Das Buch sollte wie ein guter Wein genossen werden: wenige kleine Schlückchen, aber vollmundige. Man kann auch nur ein Kapitel lesen und das Buch zuschlagen, es dann wieder auf einer anderen Seite öffnen und es wieder zumachen. Die Romanfiguren bleiben dort, an ihrem Ort und warten auf uns. Sie wissen es nicht, aber ihr Leben ist wie ein Teil unseres Lebens, das wir auf dem Weg vergessen haben oder das wir nicht erinnern wollen. Und so soll es nicht sein. Jeder Augenblick ist ein Übergang und jede Geschichte hat ihr warum. Wie der Autor sagt: „Wir sind alle Ritter, Könige und Königinnen und jeder Moment, den wir auf dieser Erde erleben, hat eine Bedeutung und nichts sollte im Schweigen verloren gehen.“ Vor allem nicht in dem unsrigen, dem inneren Schweigen, das uns manchmal den Atem verschlägt und uns am Sprechen hindert.


Da La regina disadorna    -   Aus Königin ohne Schmuck

Fu per sua bellezza che Paride riuscì a prendersi Sascia, quasi certamente. Dal canto suo, Sascia era strana e bizzosa in modo tale che poteva essersi presa Paride per qualsiasi ragione, anche la più bislacca; e la cosa più bislacca che una ragazza poteva fare a quel tempo era quella di prendersi il suo uomo per pura bellezza.

Si conobbero nel Venticinque, per strada. Sascia allora aveva meno di vent’anni ed era anche lei molto bella.

Abitava in piazza Stella, un piccolo pozzo d’aria in mezzo ai vicoli tra San Giorgio e San Lorenzo. Il centro di Genova è pieno di piazze insoddisfacenti, luoghi a prima vista privi di una loro logica e di qualsiasi attrattiva; brandelli di vuoto buttati lì a caso all’incrocio di qualche carruggio. È probabile che questi luoghi siano nati per sbaglio, perché non sono tornati i conti dei mastri muratori, o perché all’ultimo momento sono mancati i soldi per costruirci un palazzo. Oppure c’era un palazzo, più in là nel tempo, una delle cento e più torri di città costruite dalle famiglie nobiliari; e magari questa famiglia si è messa nei guai, ha complottato, ha contrastato, e la Repubblica le ha disfatto la torre: è capitato spesso nel corso dei secoli. A volte è stato messo un cippo con un messaggio ammonitore, altre volte si è lasciato correre. Restano queste piazze, come piazza Stella, che a fermarcisi nel mezzo ci si sente lievemente a disagio.

Sascia era altamente insoddisfatta di piazza Stella. Non perché avesse un acuto senso dell’ordine urbanistico, né perché abitare quel luogo piuttosto che un altro mortificasse il suo senso estetico. Quello che non le andava di piazza Stella era che quella stupida piazza svolgeva egregiamente il compito di contenere e mantenere intatto tutto ciò che ella riteneva detestabile della vita che conduceva.

Wegen seiner Schönheit gelang es Paride, Sascia zu erobern, das war ziemlich sicher. Sascia war ihrerseits sonderbar und launenhaft, so daß sie sich Paride aus jedem beliebigen Grund, auch den verschrobensten, hätte nehmen können; und das Verschrobenste, was ein Mädchen damals tun konnte, war, ihren Mann nur wegen seiner Schönheit auszuwählen.

Sie lernten sich 1925 kennen, auf der Straße. Sascia war damals keine zwanzig Jahre alt und war ebenfalls wunderschön.

Sie wohnte an der Piazza Stella, einem kleinen zugigen Loch inmitten der Gassen zwischen San Giorgio und San Lorenzo. Die Altstadt von Genua ist voller unbefriedigender Plätze, Orte, denen auf den ersten Blick eine bestimmte Logik und jegliche Attraktivität fehlt; Fetzen leeren Raums, die dort zufällig an der Kreuzung einiger Gassen hingeworfen wurden. Wahrscheinlich sind diese Plätze versehentlich entstanden, weil die Rechnung der Maurermeister nicht gestimmt hat, oder weil im letzten Moment die Gelder für den Bau eines Wohnhauses gefehlt haben. Vielleicht stand dort auch in früheren Zeiten ein Herrenhaus, einer der mehr als hundert Stadttürme, die von den Adelsfamilien gebaut worden waren; und womöglich ist diese Familie in Schwierigkeiten geraten, hat ein Komplott geschmiedet, hat sich widersetzt, und die Republik hat ihnen ihren Turm niedergerissen. Das ist im Laufe der Jahrhunderte oft geschehen. Manchmal hat man einen Säulenstumpf mit einer mahnenden Botschaft hingestellt, in anderen Fällen hat man es auf sich beruhen lassen. Übrig blieben diese Plätze wie die Piazza Stella, auf denen man sich leicht unbehaglich fühlt.

Sascia war mit der Piazza Stella höchst unzufrieden. Nicht etwa weil sie einen ausgeprägten Sinn für städtebauliche Ordnung hatte, und auch nicht weil das Wohnen an diesem Ort mehr als anderswo ihr ästhetisches Gefühl beschämte. Was ihr an der Piazza Stella nicht paßte, war, daß dieser dumme Platz auf vorzügliche Weise die Aufgabe erfüllte, all das zu enthalten und aufrechtzuerhalten, was ihr in dem Leben, das sie führte, hassenswert erschien.