La lingua napoletana

Die Sprache von Totò und Eduardo De Filippo

 
di Mena Moscato
Übersetzt von Daniela Papenberg
Per circa sette anni ho abitato nel cuore di Napoli. Ora mi sposto accà e allà (di qua e di là) ma sempre a Spaccanapoli mi ritrovo. Il richiamo al Ventre è troppo forte, un ventre materno come lo consacrò Matilde Serao da cui è difficile staccarsi, un legame viscerale con tradizioni e persistenze misteriose che attraversano i secoli. Sarà per quell’ombra onnipresente della morte, il Vesuvio, l’innominabile, temuto in silenzio, un promemoria per non dimenticare che ‘a vita è nu ‘muzzeche (la vita è un morso), na’ sciuscata ‘e viento (un soffio di vento) e il vivere alla giornata è l’unica via d’uscita.

Vivere a Napoli significa appropriarsi di questa filosofia esistenziale e imparare a sentirla e a comunicarla, per quanto possibile, con una lingua calda, piena di pathos, spesso icastica, affascinante per la carica preziosa dei suoi significati, elemento indispensabile per comprendere una civiltà, connotarla e renderla riconoscibile in tutto il mondo. Ancora oggi la parlesia, la parlata popolare di un tempo, si ascolta, fortunatamente sulla bocca di moltissimi, il gergo e la lingua della posteggia (attività dei cantanti girovaghi) appartengono, come sempre, ad ogni strato sociale. Il signore ha sempre vissuto accanto al popolo e quando si parla di centro storico pittoresco spesso si allude a questa connivenza vivace tra i piani alti e i piani bassi nei maestosi palazzi barocchi come in quelli più moderni.

La lingua – perché non si tratta di dialetto – nasce come fusione tra il greco (Napoli fu fondata dai Greci nel VI secolo a. C. col nome di Partenope) e le parlate osche e sannite delle popolazioni indigene. Poi regolata dalla lingua latina ha subito l’influenza degli Spagnoli, la cui presenza si avverte ancora oggi, e più tardi dei Francesi. Si direbbe un popolo sbattuto da una dominazione all’altra. Eppure la città, che fondamentalmente è anarchica, o per meglio dire ingovernabile, è stata spesso teatro di rivoluzioni popolari: gloriosi masanielli hanno spesso arrevutato (rivoltato) le piazze. Il napoletano, in più di un caso, è polisemantico e polivalente.

Ma l’intonazione della voce e il gesto sono complementi essenziali utilizzati da questo popolo drammatico per farsi comprendere universalmente. Ad esempio, un lemma certamente fastidioso, degradante ed offensivo se pronunziato senza una scintilla di calore e un brivido di humour, un lemma rimbalzato per l’intera penisola, è la battuta superlativamente espressiva cca nisciuno e’ ffesso. Questa frase, a seconda dell’inflessione di voce con cui la si pronuncia può esprimere un avvertimento, una sfida, un monito, una diffida. Spesso è il tocco finale che suggella tutto un discorso. Ma, se ci avviciniamo all’intima e polivalente sfaccettatura semantica, scopriamo che fesso è lo “scemo integrale”, chi non afferra a volo il significato di quanto gli si dice; ma lo è anche chi non si accorge che la moglie lo tradisce. Fesso è chi si brucia le dita accendendo la sigaretta; fesso è chi perde ‘a capa per una donna; fesso è chi paga più del dovuto o del necessario. Ma fesso è classificato soprattutto chiunque agisca scriteriatamente. Di conseguenza dare del fesso a uno non sempre costituisce un’offesa. «Quanto sì (sei) fesso!», detto con frequenza esasperante, finisce per lasciare indifferente chi se lo sente ripetere. A conti fatti, ogni buon napoletano riceve e regala l’epiteto almeno... tre volte al giorno. Al pari delle tazzulelle di caffè che sorbisce. Senza contare che non di rado fesso lo dice a sé stesso: «M’hanno fatto fesso!», mormora a fior di labbra con una punta di bonomia o di rabbia.

Accanto alle colorite espressioni di derisione e di affermazione, un intramontabile frasario amoroso si ascolta nelle canzoni del repertorio classico (Io te vurrìa vasà = Io vorrei baciarti, Malafemmena = Femmina che fa soffrire, ‘O surdato’nnammurato = Il soldato innammorato, Core ‘ngrato = Cuore ingrato), quelle scritte tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, quando nell’immaginario collettivo affiorano eleganti carrozze sul lungomare di via Partenope e inguantate signore fanno lo struscio (passeggiano su e giù) per via Toledo, mentre nei vicoli, tra i bassi affollati di popolani e panni stesi da una finestra all’altra, gli scugnizzi (tipici monelli laceri, cenciosi, ma furbi e di animo generoso), rincorrono il leggendario strummolo (trottolina in legno con punta metallica lanciata e fatta girare con sorprendente abilità, per mezzo di uno spago).

Gran parte dei termini ed delle espressioni oggi usate si leggono già nel ‘600 ne Lo cunto de’ li cunti del Basile, come pure nelle commedie di Eduardo de Filippo o nelle uscite di Totò. Date dunque un’occhiata alle espressioni nel riquadro sotto: forse ne ricorderete alcune abbinate proprio alle facce e al mimo di quei due impareggiabili artisti. Sul napoletano ci sarebbe da scrivere un papiello (discorso prolisso del Papa), ma spero lo stesso di avervi incuriosito abbastanza.

Sieben Jahre lang habe ich mitten in Neapel gelebt. Heute wohne ich mal hier und mal da, aber an die Spaccanapoli zieht es mich immer wieder zurück. Der Ventre hat eben eine große Anziehungskraft, ein mütterlicher Bauch, wie Matilde Serao sagte, von dem man sich nur schwer trennen kann, zu dem man ein „eingefleischtes“ Verhältnis entwickelt, mit jahrhundertealten Überlieferungen und merkwürdigen Bräuchen. Vielleicht liegt das am allgegenwärtigen Schatten des Todes, dem Vesuv, dessen Name niemals ausgesprochen wird. Stillschweigend gefürchtet, ist er ein Mahnmal, das daran erinnert, daß das Leben nichts als ein Wimpernschlag ist, ein Windhauch. In den Tag hineinzuleben, ist der einzige Ausweg.

Leben in Neapel heißt, sich diese Erkenntnis als Lebensphilosophie anzueignen, sie zu spüren und sie möglichst auch anderen mitzuteilen, in dieser warmen, häufig sehr lebensechten Sprache voller Pathos, die durch ihre Vielfalt an Bedeutungen fasziniert – sie ist ein untentbehrliches Mittel zum Verständnis dieser Zivilisation. Die Sprache kennzeichnet sie, macht sie unverwechselbar auf der Welt. Glücklicherweise hört man noch heute die parlesia, die alte volkstümliche Sprache Neapels, aus dem Munde sehr vieler Neapolitaner. Der Jargon und die Sprache der posteggia (fahrender Sänger) wird seit ewigen Zeiten von allen sozialen Schichten verwendet. Reiche und Arme haben hier immer in unmittelbarer Nachbarschaft miteinander gelebt, und wer von der pittoresken Altstadt Neapels spricht, meint häufig gerade dieses turbulente Zusammenleben in den oberen und unteren Geschossen der majestätisch-barocken wie der modernen Gebäude.

Die Sprache – denn es ist kein Dialekt! – ist als Verbindung des Griechischen (Neapel wurde als Partenope im 6. Jh. v. Chr. von den Griechen gegründet) mit den oskischen und den samnitischen Sprachen der Einheimischen entstanden. Durch das Lateinische vereinheitlicht, nahm sie Elemente aus dem Spanischen (dessen Einfluß man noch heute hören kann) und später des Französischen auf. Wirklich ein Volk, das von einer Fremdherrschaft in die nächste fiel! Dabei war das anarchische, eigentlich unregierbare Neapel oft Schauplatz von Volksaufständen: Berühmte Masanielli haben immer wieder von den Plätzen der Stadt aus die Revolution versucht. Das Neapolitanische ist in vielen Fällen mehrdeutig und polisemantisch.

Doch der Klang der Stimme und die Gestik sind essentielle Bestandteile. Von den Neapolitanern theatralisch eingesetzt, dient sie der universellen Verständigung. Da gibt es zum Beispiel einen ganz zentralen Ausdruck, der provozierend und beleidigend wirken kann, wenn er ohne jeden Funken Wärme und Humor ausgesprochen wird - einen Ausruck, der sich rasch über die ganze Halbinsel verbreitet: die extrem ausdrucksstarke Wendung „cca nisciuno e’ ffesso“. Diese Wendung kann, je nach Betonung, eine Warnung, eine Herausforderung, eine Rüge, eine Aufforderung bedeuten. Häufig ist sie die Schlußbemerkung, die ein ganzes Gespräch besiegelt. Doch wenn wir ihre eigentliche und vieldeutige semantische Facettierung unter die Lupe nehmen, stellen wir fest, daß fesso „komplett bescheuert“ bedeutet. Fesso ist jemand, der nicht unmittelbar kapiert, was man ihm sagt; aber auch, wer nicht bemerkt, daß seine Frau ihn betrügt. Fesso ist, wer sich beim Anzünden der Zigarette die Finger verbrennt, wer wegen einer Frau den Kopf verliert, wer mehr bezahlt als er schuldig ist oder als notwendig wäre. Doch als fesso wird vor allem eingestuft, wer sich unvernünftig verhält. Demnach ist es nicht immer beleidigend, jemanden fesso zu nennen. „Wie fesso du bist!“, häufig genug ausgesprochen, läßt den so Angesprochenen am Ende völlig gleichgültig. Alles in allem hört und sagt jeder gute Neapolitaner dieses Schimpfwort mindestens... dreimal täglich. Genausooft also, wie er tazzulelle di caffè zu sich nimmt. Ganz zu schweigen davon, daß man sich auch oft selbst fesso nennt: „Die haben mich ganz fesso gemacht“, murmelt man mit einem Schuß Wohlwollen oder Wut vor sich hin.

Neben den phantasievollen Ausdrücken des Spotts und der Zustimmung gibt es noch den unvergänglichen Liebeswortschatz, den man in den klassischen Liebesliedern zu hören bekommt (Io te vurrìa vasà = ich möchte dich küssen, Malafemmena = Frau, die Männern Qualen bereitet, ‘O surdato ‘nnamurato = der verliebte Soldat, Core ‘ngrato = undankbares Herz). Sie sind gegen Ende des 19. und Anfang des 20. Jh. entstanden, einer Zeit, in der wir uns elegante Kutschen auf der Promenade der Via Partenope vorstellen und Damen mit langen Handschuhen die Via Toledo auf und ab spazieren, während in den Gassen, zwischen den von einfachen Leuten bevölkerten Erdgeschossen (bassi) und den von Fenster zu Fenster gespannten Wäscheleinen scugnizzi (die typischen Rotzbengel, verlaust, aber schlau und großherzig) dem legendären strummolo (Holzkreisel mit Metallspitze, die mit überraschender Geschicklichkeit geworfen und mittels einer Schnur zum Drehen gebracht wird) hinterherlaufen.

Viele der heute verwendeten Ausdrücke und Redensarten findet man bereits in Besiles „Lo cunto de’ li cunti“ aus dem 17. Jahrhundert, wie auch in den Komödien des Eduardo de Filippo und den Sprüchen von Totò. Wenn ihr die Ausdrücke in den Kästen lest, fallen euch dazu vielleicht die Gesichter und die Gesten dieser beiden unvergleichlichen Künstler ein.

Über das Neapolitanische könnte man einen papiello (langatmige Rede des Papstes) schreiben, doch ich hoffe, euch hiermit in aller Kürze etwas neugierig gemacht zu haben.

Dizionario / Wörterbuch


Pernacchio e pernacchia

«Il primo è lo sberleffo forte o debole, lungo o corto, ma sempre solerte e costruttivo , insomma maschio; la seconda è uno sberleffo molle e pigro, tumido e sdraiato, come un’odalisca sui tappeti, insomma è femmina». (Eduardo De Filippo - L’oro di Napoli)

„Erstere ist die starke oder schwache, große oder kleine, doch immer fleißige und konstruktive, also männliche Fratze; die zweite ist weich und faul, dick und ausgestreckt wie eine Odaliske auf dem Teppich, also die weibliche Fratze“. (Aus L’oro di Napoli von Eduardo De Filippo)


Mastuggiòrno

Maschera teatrale dell’infermiere di manicomio, energico, autoritario, dispotico con gli ammalati, quindi sinonimo di prepotente, arrogante.

Theatermaske eines Irrenhauspflegers, energisch, autoritär, despotisch gegenüber den Kranken, verkörpert Herrschsüchtigkeit und Arroganz.


Masaniello

Capo della rivolta popolare contro gli Spagnoli (1647), quindi sinonimo di rivoltoso.

Anführer des Volksaufstandes gegen die Spanier 1647, der Name steht für Rebell.


Schizzechea = pioviggina = es nieselt;

Carusiéllo = salvadanaio di creta = Sparbüchse aus Ton;

‘Ngarra’ = indovinare = raten

Sfruculià = sgretolare e stuzzicare= zerbröseln, reizen;

Campà = sopravvivere = überleben

Arrepecchia’ = gualcire, raggrinzire = runzeln, knittern;

‘Nzurarse = sposarsi, prendere moglie = heiraten

Mastrillo = trappola per topi = Mausefalle;

Scòppola = scapaccione che toglie la coppola dal capo = Kopfnuß, die einem die Mütze vom Kopf zieht;

Pelèja = pretesto per dar luogo a una contesa = Vorwand für einen Streit;

‘Ncigna’ = inaugurare = eröffnen;

Sfizio = gusto, voglia = Gefallen, Lust;

Cianciùso = vezzoso, grazioso = hübsch, reizend;

Sparàgno = risparmio = Ersparniss

Mappina = strofinaccio, riferito a “persona di poco conto” = Putzlumpen; Personen von geringem Wert

Zita e zitella = sposa e sposa mancata = Braut und alte ledige Frau;

Tavùto = cassa da morto = Sarg

Chiavica = fogna, spesso riferito a persona = Senkgrube; häufig für Personen verwendeter Ausdruck

Liscebbùsso = solenne bastonatura, o meglio rotta di ossa = ordentliche Prügel, daß die Knochen brechen;

‘Mpustatezza = affronto o anche spavalderia da ‘uappo, da spavaldo = Beleidigung, Frechheit;

‘Mpustarella = colazioncina = kleine Brotzeit