Pane e tulipani

Kann auch eine Frau über vierzig ein Abenteuer wählen?

 
di Barbara Muraca
Deutsch von Daniela Papenberg
Amburgo si riempie, come tutte le grandi metropoli, di giganteschi complessi cinematografici multisala, che puzzano di orribili pop-corn dolciastri e bombardano gli spettatori di musiche assordanti e immagini aggressive o stucchevoli. Hollywood deve ormai il suo successo ai pop-corn e al dolby-surround-system.

Nelle nicchie lasciate libere dai dinosauri d'oltreoceano trova spazio un nuovo cinema europeo, meno rumoroso e più delicato. Anche all'inizio di Pane e tulipani, lo stacco pubblicitario per la promozione del cinema continentale promette qualità (pochissimi in sala sgranocchiano i famigerati fiocchi di mais).

Il film di Silvio Soldini inizia con la banalità di un viaggio organizzato a Paestum, tra tipici turisti annoiati e cotti dal sole, e finisce nel mondo delle favole, in una calle nascosta di Venezia, sulle note di una fisarmonica.

La storia è semplice: Rosalba, casalinga di Pescara, dimenticata dall'autobus e dalla sua famiglia in autogrill, decide di andare a vedere per la prima volta Venezia e di rimandare il ritorno a casa. Venezia è qui un luogo fuori dal tempo, dove la fantasia corre con i ritmi lenti di una fiaba, e fa da sfondo alle figure che circondano Rosalba: un cameriere islandese dal forbitissimo linguaggio e dal passato misterioso, una massaggiatrice olistica e un vecchio fioraio anarchico che ingoia spicchi d'aglio come caramelle.

Rosalba inizia un'avventura nuova e rivoluzionaria rispetto alla sua vita precedente. Tutto però appare naturale, come se una parte di lei stesse già vivendo da tempo in questa dimensione parallela. La sua curiosità e la capacità di lasciarsi portare dalla vita e dagli incontri senza farsi prendere dal panico, con una serenità che lascia interdetta lei per prima, accompagnano lo spettatore lungo il viaggio e ne guidano lo sguardo.

La storia di Rosalba e dei suoi coprotagonisti è un racconto di libertà non eroica, costellata piuttosto di aperture sui particolari del quotidiano, abitata da incontri casuali e semplici, tinte pastello e leggerezza.

Un pizzico di follia si insinua nel ritmo di una normalità solo apparente: ciascuno dei personaggi non è che un'anonima figura troppo insignificante per dar vita a grandi avventure mozzafiato; tuttavia, per rubare un'espressione cara al cameriere Fernando, «l'apparenza li penalizza». Appena il sipario si apre sui loro sogni e desideri, come sulle loro stranezze, essi sfuggono alla banalità del ruolo che li limita. Costantino, idraulico mammone, si scopre detective per conto del marito di Rosalba, mentre il cameriere-poeta tiene pronto un cappio per le quotidiane prove di suicidio e recita a memoria l'Orlando Furioso, incantando la sua ospite e il pubblico in sala.

Tutto il film è costruito all'insegna della delicatezza: i colori, i suoni degli angoli dimenticati di una Venezia non familiare ai turisti, le sottili espressioni d'altri tempi di Fernando sfiorano la vicenda decorandone i contorni. Persino la banale stupidità del marito abbandonato che arriva a supplicare l'amante di stirargli le camicie non sconfina nell'eccesso.

La ricchezza è da scoprire nei particolari della fotografia, tra le melodie e i rumori di fondo registrati in presa diretta stereo, nella naturalezza irresistibile degli attori, tutti bravissimi. Pane e Tulipani è un film da rivedere, alla ricerca di quegli elementi inessenziali che possono sfuggire a una prima visione e che pure costituiscono l'anima del racconto.

Questo è il segreto, già racchiuso nel titolo: non solo il pane, la sicurezza, la responsabilità, la sopravvivenza spicciola, l'essenziale. Nel raccontare il suo film Soldini si richiama espressamente a uno slogan delle operaie tessili americane, pronunciato nel corso di uno sciopero all'inizio del secolo: «Le anime come i corpi possono morire di fame: dateci pane, ma dateci anche rose». Egli stesso chiarisce poi: «Noi alle rose abbiamo preferito i tulipani che mille anni fa riempivano i giardini dei sultani di mille colori, che popolano le pagine delle Mille e una notte e che erano simbolo di desiderio e di amore».

Wie in allen Großstädten, so schießen auch in Hamburg gigantische Multiplexkinos wie Pilze aus dem Boden. Der süßliche Geruch scheußlicher Popcorn durchwabert sie, und sie bombardieren ihre Besucher mit ohrenbetäubender Musik und aggressiven bis widerwärtigen Bildern. Hollywood verdankt seinen Ruhm heutzutage vor allem Popcorn und dem Dolby-Surround-System.

In den Lücken, die die Dinosaurier aus Übersee lassen, findet ein neues europäisches, weniger aufdringliches, empfindsameres Kino Platz. Auch am Anfang von Brot und Tulpen verspricht der Werbespot für die Förderung des kontinentalen Films Qualität (nur ganz wenige Kinobesucher knabbern hier das berüchtigte Maisprodukt). Der Film von Silvio Soldini beginnt mit der Banalität einer organisierten Busreise nach Paestum und den typischen gelangweilten, am Strand gerösteten Touristen. Er endet in der märchenhaften Atmosphäre einer versteckten venezianischen Calle bei Akkordeonklängen. Die Geschichte ist schnell erzählt: Rosalba, Hausfrau aus Pescara, von Reisebus und Familie auf der Autobahnraststätte vergessen, beschließt, zum ersten Mal im Leben Venedig zu besuchen und die Heimreise aufzuschieben. Venedig wird hier zum zeitlosen Ort, wo die Phantasie im langsamen Tempo eines Märchens läuft, und gleichzeitig ist es Hintergrund der Personen, denen Rosalba begegnet: Ein isländischer Kellner mit einer merkwürdig gewählten Sprache und einer geheimnisvollen Vergangenheit; eine holistische Masseuse sowie ein alter Blumenhändler und Anarchist, der Knoblauchzehen verzehrt wie Karamelbonbons.

Für Rosalba beginnt ein Abenteuer, das im Vergleich zu ihrem früheren Leben völlig neu und revolutionär erscheint. Dabei wirkt alles so natürlich, als lebte ein Teil von ihr schon seit langem in dieser parallelen Dimension. Rosalbas Aufgeschlossenheit und ihre Fähigkeit, sich vom Leben und von Begegnungen tragen zu lassen, ohne in Panik zu geraten, mit einer Heiterkeit, welche sie selbst erstaunt, begleiten den Betrachter auf der Reise und lenken seinen Blick.

Die Geschichte von Rosalba und ihren Mitprotagonisten handelt von unheroischer Freiheit, flankiert von Einblicken in die Besonderheiten des Alltags, belebt von zufälligen und unmittelbaren Begegnungen, Pastellfarben und Leichtigkeit.

Ein wenig Verrücktheit schleicht sich ein in den Rhythmus einer nur scheinbaren Normalität: jede der Figuren ist zu anonym, zu unbedeutend, als daß sie das Zeug zu einem wirklich atemberaubenden Abenteuer hätte. Trotzdem, um mit den Worten des Kellners Fernando zu sprechen, »l'apparenza li penalizza« (Der Schein trügt). Sobald der Vorhang den Blick auf die Träume, geheimen Wünsche und Schwächen der Figuren freigibt, entkommen sie der Banalität ihrer beengenden Rollen. Costantino, Installateur und Mamas Liebling, entfaltet sich als Detektiv in Diensten von Rosalbas Ehemann, während der Kellner-Poet für die täglichen Selbstmordversuche eine Schlinge bereithält und den Orlando Furioso auswendig rezitieren kann, womit er sowohl Rosalba, die bei ihm zu Gast ist, als auch das Filmpublikum bezaubert.

Der Film steht ganz im Zeichen der Sensibilität: die Farben, die Klänge der vergessenen Winkel eines von Touristen noch unentdeckten Venedig, zarte Ausdrücke vergangener Zeiten aus Fernandos Mund streifen die Geschichte ganz beiläufig und schmücken ihren Umriß. Selbst die Dämlichkeit des verlassenen Ehemanns, der sich nicht entblödet, seine Geliebte zu bitten, ihm die Hemden zu bügeln, wird ganz und gar nicht übertrieben.

Der Reichtum des Films steckt in Einzelheiten der Aufnahmen, in Melodien und live aufgenommenen Hintergrundgeräuschen, in der unwiderstehlichen Natürlichkeit der durchweg hervorragenden Schauspieler. Brot und Tulpen ist ein Film zum Mehrmals-Sehen. Man nimmt dabei immer mehr dieser unentbehrlichen Elemente wahr, die einem beim ersten Sehen entgehen können und die doch die Seele der Erzählung ausmachen.

Hierin besteht das Geheimnis, das bereits der Titel andeutet: nicht nur das Brot, die Sicherheit, die Verantwortlichkeit, das eigene kleine Überleben, das Existentielle. Bei Erläuterungen zu seinem Film bezieht sich Soldini ausdrücklich auf einen Slogan amerikanischer Textilarbeiterinnen bei einem Streik Anfang des Jahrhunderts: »Die Seele kann verhungern wie der Körper: Gebt uns Brot, aber gebt uns auch Rosen.« Er fügt selbst hinzu: »Wir fanden Tulpen passender. Sie erfüllten vor 1000 Jahren die Gärten der Sultane mit Tausenden Farben, sie bevölkern die Seiten von Tausend und eine Nacht und sie waren Symbole der Lust und der Liebe.«