Scheinselbständigkeit

Una piccola storia di quotidiana ingiustizia

 
di Barbara Muraca
Deutsch von Regine Hartung
Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa...», cantava parecchi anni fa Vasco Rossi; trovo che sia particolarmente attuale per descrivere la mia sensazione di “libera” insegnante di italiano alla VolksHochSchule (università popolare) amburghese.

Vi era infatti un tempo in cui il termine “libero professionista” si riferiva a dentisti, architetti o avvocati, tutta gente con un grande ufficio, poltrone di pelle umana e ricevute con tanti zeri.

Poi venne la moda dei “liberi”, coloro che venivano sciolti dal peso gravoso dei contributi per la pensione o per la mutua e dalle garanzie di un lavoro sicuro, ma anche – certo – dai grattacapi delle gerarchie e dagli obblighi del quotidiano alla scrivania.

Questi novelli “liberti” (schiavi liberati) potevano strutturare il loro lavoro come volevano, cercare contratti più vantaggiosi con le mutue private e farsi un’assicurazione sulla vita. Per molti i tanti zeri arrivarono presto, per altri mai.

Diversi imprenditori scoprirono la gioia di donare la libertà ai propri schiavi e resero a molti l’indipendenza e la facoltà di contrattare singolarmente e senza mediazioni sindacali il proprio onorario, di accettare o no un incarico, di assumersi i rischi di fallimento di un’attività, di diventare imprenditori di se stessi.

Un giorno però lo Stato si accorse che per le strade giravano un sacco di poveracci che non pagavano i contributi e sembravano portarsi sulle spalle un fardello ben più pesante delle catene di prima della “liberazione”. Lo Stato definì costoro “apparentemente liberi” e stabilì che gli ex padroni avrebbero dovuto occuparsi di loro, assumendosi il carico parziale dei contributi pensionistici e mutualistici.

Molti sperarono allora in più garanzie e più diritti. Tra questi tante le donne “libere”, che videro la possibilità di una gravidanza coperta, o di un sussidio di disoccupazione, tutte cose a cui rinunciarono quando ottennero la „libertà apparente”.

La condizione di “liberi solo apparentemente” dei docenti VHS appariva ovvia anche perché, prima della grande “liberazione”, gli insegnanti svolgevano la medesima attività con un contratto da impiegato. La VHS si organizzò però come una lobby e, facendo pressioni, ottenne dallo Stato una deroga: tutti furono dichiarati “liberi” d’ufficio e lasciati al loro destino.

Lasciatemi spiegare che la bella condizione di “liberi”, in Germania, è dura quando si guadagna poco. La legge stabilisce che un libero professionista non possa guadagnare al di sotto di 4.000 marchi al mese lordi se vuole sopravvivere. A partire da questa cifra minima si calcolano dunque i contributi di mutua e pensione, indipendentemente dal reddito effettivo. Su questa base, tanto per dare un po’ i numeri, la mutua corrisponderebbe a circa 400 marchi al mese e la pensione a quasi 800. Un docente VHS che lavora a pieno ritmo arriva invece a malapena a 2.000 marchi lordi.

Certo, resta la possibilità di farsi un’assicurazione privata, proprio perché si è liberi professionisti. Uno dei problemi, però, è che le donne pagano una contribuzione doppia nelle casse mutua private, per lo spiacevole fatto di avere un utero. A impedire un’assicurazione privata in alternativa alla pensione ci pensa una legge del 1913. Secondo tale normativa gli insegnanti “liberi” fanno parte di una categoria speciale che, pur essendo “libera”, è tenuta a pagare i contributi della pensione pubblica. Tali contributi sono fissati per legge e non sono soggetti a una contrattazione, come accade per le assicurazioni private. L’entità del contributo è di circa 800 marchi a norma di legge e comunque mai inferiore a circa il 19% del reddito, in casi di particolare benevolenza del funzionario contabile.

Per anni tale legge fu ignorata nonché colpevolmente taciuta dalla VHS (chi avrebbe mai lavorato come “liberto” con una tale fregatura?!). Oggi però, con la nuova regolamentazione sugli “apparentemente liberi”, lo Stato ne esige l’applicazione. Non solo: richiede anche che si paghino gli arretrati fino a un minimo di quattro anni.

Pensate alla felice “libertà” di chi, nella peggiore delle ipotesi, con 2.000 marchi al mese ne dovrebbe pagare circa 400 di mutua e 800 di pensione, più quattro anni di arretrati per questi 800. Aggiungete che magari si tratta di un’italiana residente da troppo poco tempo in Germania per avere diritto al sussidio sociale, ed essendo “libera”, a quello di disoccupazione. In queste condizioni si perde anche il diritto al rinnovo del permesso di soggiorno, alla faccia dell’Europa.

Sarà anche una “libertà”, ma di sicuro priva di ogni forma di giustizia. Poi non stupitevi se la vostra insegnante scompare all’improvviso e vi lascia a corso iniziato o se lavora controvoglia: in queste condizioni è difficile credere ancora in quello che si fa.

Frei, frei sind wir, aber frei wovon...“ – dies sang vor vielen Jahren Vasco Rossi und ich finde, daß dies sehr gut meine Stimmungslage als „freie“ Italienischlehrerin an der Hamburger Volkshochschule beschreibt.

Es gab tatsächlich eine Zeit, als der Terminus „Freiberufler“ sich auf Zahnärzte, Architekten oder Rechtsanwälte bezog, alles Leute mit einem großen Büro, mit Sesseln aus Edelleder und Rechnungen mit vielen Nullen.

Dann kamen die „Freiberufler“ in Mode, jene die von dem schweren Gewicht der Renten- und Krankenversicherungsbeiträge und der Sicherheit eines festen Arbeitsplatzes, aber sicherlich auch von der Unannehmlichkeit der Hierarchien und der alltäglichen Zwänge am Schreibtisch befreit wurden.

Diese neuen Freigelassenen (befreite Sklaven) konnten ihre Arbeit einteilen, wie sie wollten, konnten die vorteilhaftesten Verträge mit den privaten Krankenversicherungen suchen und eine Lebensversicherung abschließen. Für viele kamen bald die vielen Nullen, für andere nie.

Zahlreiche Unternehmer entdeckten die Freude, den eigenen Sklaven diese Freiheit zu geben und so blieb denen die Unabhängigkeit und die Fähigkeit überlassen,

– das eigene Honorar allein, ohne gewerkschaftliche Vertretung, auszuhandeln;

– die Entscheidung, ob man einen Auftrag annimmt oder nicht;

– das Risiko, ob der übernommene Auftrag ein Erfolg oder Mißerfolg wird;

– der Entschluß, sein eigener Unternehmer zu werden.

Eines Tages jedoch bemerkten die Staatsbediensteten, daß es noch eine Menge armer Schlucker gab, die keine Rentenbeiträge zahlten und es schien so, als ob sie auf den Schultern ein schwereres Bündel trugen als vor der „Befreiung“. Der Staat definierte diese Leute als „Scheinselbständige“ und legte fest, daß die ehemaligen Arbeitgeber sich um sie kümmern und den Arbeitgeberanteil an ihren Sozialbeiträgen übernehmen sollten.

Viele „Freiberufler“ hofften damals mit dem Gesetz auf mehr Sicherheit und mehr Rechte. Unter ihnen waren die freiberuflich tätigen Frauen, die darin die Möglichkeit sahen, finanziell abgesichert schwanger werden zu können oder Arbeitslosenhilfe zu erhalten, alles Dinge, auf die sie verzichteten, als sie die „scheinbare Freiheit“ erhielten.

Es schien offensichtlich, daß die VHS-Dozenten tatsächlich „scheinselbständig“ waren, auch deshalb, weil vor der großen „Befreiung“ die Hamburger VHS-Dozenten dieselbe Tätigkeit mit einem festen Vertrag nach Bundesangestellentarif ausgeübt hatten. Die VHS organisierte jedoch eine Lobby und machte Druck. Daher erhielt sie vom Staat eine Ausnahmeregelung: alle Lehrbeauftragen wurden vom grünen Tisch aus als „frei“ bezeichnet und ihrem Schicksal überlassen.

Ich kann euch sagen, daß die schönen „freien“ Arbeitsbedingungen in Deutschland hart sind, wenn man wenig verdient. Das Gesetz geht davon aus, daß ein Freiberufler nicht unter 4.000,- DM brutto verdienen kann, wenn er überleben will. Daher sind 4.000,- DM die Berechnungsgrundlage für die Sozialbeiträge: die Krankenversicherung beläuft sich somit auf ca. 400,- DM und die Rentenversicherung auf ca. 800,- DM pro Monat. Ein VHS-Dozent, der voll arbeitet, kommt gerade auf 2.000,- DM brutto.

Sicherlich gibt es die Möglichkeit, eine private Krankenversicherung abzuschließen, weil man ja Freiberufler ist. Eines der Probleme ist jedoch, daß Frauen einen doppelt so hohen Krankenversicherungsbeitrag bezahlen, aufgrund der unglückseligen Tatsache, daß sie eine Gebärmutter haben.

Die Möglichkeit, statt in die gesetzliche Rentenversicherung, in eine private Lebensversicherung einzuzahlen, verhindert ein Gesetz von 1913. Aufgrund dieser Gesetzgebung sind die freiberuflichen Lehrer Teil einer speziellen Kategorie, die trotz ihres „freien Status“, gehalten sind, in die gesetzliche Rentenversicherung einzuzahlen. Diese Beiträge sind gesetzlich festgeschrieben und werden nicht vereinbart, wie es bei den privaten Versicherungen der Fall ist. Die gesetzlich vorgeschriebenen Rentenbeiträge für Lehrer betragen die genannten 800,- DM monatlich bzw. 19% des Jahreseinkommens und letzteres auch nur bei besonderer Gnädigkeit des zuständigen Sachbearbeiters.

Jahrelang wurde dieses Gesetz von der VHS bewußt ignoriert und verschwiegen (wer hätte jemals als „Freigelassener“ unter solch schlechten Bedingungen gearbeitet?) Heute jedoch, mit der neuen Regelung zur Scheinselbständigkeit, besteht der Staat auf die Einhaltung des Gesetzes. Nicht nur das: er verlangt auch, daß die ausstehenden Beiträge mindestens vier Jahre zurückgezahlt werden.

Stellt euch die schöne „Freiheit“ derjenigen vor, die im schlimmsten aller Fälle bei einem monatlichen Honorar von 2.000,- DM eine Summe von 400,- DM Krankenversicherung, 800,- DM Rentenversicherung und die ausstehenden Rentenversicherungsbeiträgen von monatlich 800,- DM für die letzten vier Jahre zahlen müssen. Stellt euch dazu vor, daß es sich um eine Italienerin handelt, die viel zu kurz in Deutschland ist, um Anspruch auf Sozialhilfe zu haben und als Selbständige auch kein Arbeitslosengeld bekommt. Im letzteren Fall verliert sie sogar das Recht auf Verlängerung der Aufenthaltsgenehmigung – wo bleibt da das vereinigte Europa!?

Das ganze ist sicherlich auch eine Form von „Freiheit“, aber ohne jede Form von Gerechtigkeit. Daher solltet ihr nicht überrascht sein, wenn eure „Kursleiterin“ plötzlich verschwindet und euch mit eurem gerade angefangenen Kurs allein läßt oder nur noch ungern arbeitet. Unter solchen Bedingungen ist es schwierig, an das zu glauben, was man macht.