Teatro con le ali

Der Kulturladen St. Georg in Hamburg hat mit ausländischen Schauspielern das Theaterstück Fremd inszeniert

 
di Paola Fressoia
Deutsch von Manuel Fumagalli
Un giorno, improvvisamente, verso la fine di febbraio, mi giunge la proposta: «Ciao Paola! Hai voglia di partecipare concretamente a uno spettacolo teatrale? Il tutto però senza soldi, solo per passione. Tu hai sempre detto che recitare è la tua grande passione, vero?».

«Sì, ma recitare in lingua tedesca...?!».

Il Kulturladen, promotore di una iniziativa culturale volta a sensibilizzare il cittadino ai problemi dell’integrazione sociale, e per fronteggiare il riaffiorare di atteggiamenti d’insofferenza razziale, cercava attori-amatori di diversa provenienza culturale per presentare uno spettacolo sul tema, da realizzare in un breve arco di tempo, tre mesi. L’iniziativa era guidata da Claudia Scholl, attrice e regista professionista. Per la seconda volta nella mia vita qui in Germania mi si presentava l’occasione di recitare in lingua tedesca. Il mio accento è e rimane decisamente italiano, ma in questo caso la mia “imperfezione” linguistica si presentava non più come handicap, ma addirittura come qualità richiesta. Un vantaggio, dunque, che mi avrebbe consentito di recitare esprimendomi spontaneamente così come sono, ignorando la dizione. Tirato un sospiro di sollievo, ho accettato. Mi sembrava importante che questa iniziativa fosse sostenuta e finanziata direttamente dalle autorità culturali di Amburgo. Ogni tanto ci si sente amati anche dalle istituzioni.

Il problema, dopo avere accettato con grande entusiasmo di partecipare al progetto, non era più di natura linguistica, ma diventava un altro. Al primo incontro eravamo in tanti, circa venti persone di ogni età e paese. L’appuntamento era in una sala del Kulturladen. Come in una numerosa classe di bambini di una moderna scuola multietnica, ognuno di noi, con aspettative d’iniziazione ad una forma di esperienza nuova, si è presentato dichiarando nome, provenienza e aspirazioni drammaturgiche. Nella piccola sala che ci raccoglieva si creò subito una vivace interazione: ognuno era curioso dell’altro, cosa che non sarebbe accaduta se ci fossimo semplicemente incontrati per caso nel caffè del Kulturladen. Alla fine, per selezione naturale, a portare avanti il progetto siamo rimasti in sei: Manuel dall’Angola, Michelle dalla Francia, Eliana Birgit e Winfried dalla Germania, Brendan dall’Irlanda ed io dall’Italia. Hanno inoltre aderito due bravissimi musicisti, Bremjan e Zen, che si impegnavano a suonare dal vivo rispettivamente sax e chitarra. A noi attori si chiedeva partecipazione nel creare e rappresentare una storia che individuasse le nostre singole esperienze di vita, in quanto noi, in prima persona, avevamo lasciato il paese d’origine per raggiungerne uno nuovo, semisconosciuto, estraneo e diverso. Un viaggio e sei differenti valigie avrebbero caratterizzato lo spettacolo dal titolo Fremd. Ciò necessitava un lavoro collettivo e al tempo stesso individuale, con effetti quasi “psicoterapeutici”, in cui ognuno di noi doveva scavare nel proprio intimo, chiedendosi il perché della scelta di partire. Perché lasciare? Perché morire? Coralmente, la risposta è stata: «Viaggiare per arrivare, per conoscere nuove libertà, per vivere». Anche se l’ultima poesia dello spettacolo dichiara: «I veri viaggi, hanno luogo in noi stessi».

Fondamentale è stata la guida della regista Claudia Scholl, bravissima a contenere con fare severo, tenace e comprensivo, il procedere per espansione di noi attori, che tendevamo a perderci nei meandri della ricerca di contenuti privati, assolutamente propri. Claudia, in una geometria corretta, ha fatto drammaturgicamente spazio alle nostre differenze espressive, affinché potessimo arrivare al pubblico in maniera autentica, diretta e reale. Il nostro obiettivo, alla fine, era preciso: riconoscerci tutti, attori e pubblico, in una umanità fortemente differenziata ma altamente unita, in cui nessuno è venuto al mondo per essere discriminato.

Ma che raccontare di me? Questo era il mio nuovo problema. Per la prima volta dovevo interpretare non un personaggio qualsiasi ma “me stessa”. Costringendomi, ho scelto la strada della sincerità. E pur sentendomi un po’ una vittima sull’altare, mi sono spogliata di ogni maschera. Un’esperienza interessante e molto impegnativa. Con disciplina ferrea abbiamo provato di sera, al termine della giornata lavorativa, e per interi fine settimana.

Infine il giorno della “prima”. Avevamo una scenografia poverissima, fatta di niente, solo una quinta alle spalle. Il pubblico ascoltava silenzioso e sempre molto presente per tutto il corso dello spettacolo. Alla fine applausi calorosissimi.

Durante le prove mi ero chiesta spesso perché raccontare del mio privato, perché interpretare le mie emozioni più intime per offrirle a sconosciuti. Una risposta gratificante l’ho avuta dopo lo spettacolo da una giovane studentessa cinese, che mi aspettava nel foyer. Voleva sapere altre cose di me, persino il significato del nome Paola, dove avevo studiato teatro e poi ha preteso anche un autografo. Il mio innato egocentrismo era lusingato. Ma ero anche sorpresa ed emozionata, pensando che la sensibilità individuale non ha confini e che l’umanità è una sola. Cresciute in due paesi lontani, culturalmente tanto diversi, ci siamo identificate e accomunate intensamente in quell’ora di teatro.

Un’altra risposta, anch’essa gratificante, è stata l’osservazione di una mia amica giornalista. Io sono piccola di statura. Lei mi ha detto che sul palcoscenico avevo una grande presenza, sembravo addirittura alta. Interessante è stato anche interpretare me stessa all’età di venticinque anni. Così aveva richiesto la regista. Ma io ne ho quaranta. Ho giocato a tornare indietro nel tempo e m’è parso che il pubblico credesse davvero ai quei venticinque anni, stringendomi sempre con fortissimo affetto quando interpretavo il disagio psicologico, la solitudine, l’incomprensione, la nostalgia. Recitare in piccoli teatri è veramente un’esperienza profonda: ci si guarda direttamente negli occhi e si trattiene il fiato per non fare rumore.

Eines Tages, gegen Ende Februar, wurde mir aus heiterem Himmel folgender Vorschlag unterbreitet: „Ciao Paola! Hast Du nicht Lust, in einem Theaterstück mitzuspielen? Das ganze allerdings ohne Bezahlung, einfach aus Spaß an der Sache. Du hast doch immer gesagt, daß Schauspielerei Deine große Leidenschaft sei, oder?“.

„Ja, aber auf deutsch ...?!“

Der Kulturladen als Förderer einer kulturellen Initiative, die darauf gerichtet ist, die Bevölkerung auf die Probleme der sozialen Integration aufmerksam zu machen und die dem Wiederaufkeimen von Intoleranz gegenüber anderen Kulturen entgegentreten soll, suchte gerade Laiendarsteller verschiedener kultureller Herkunft, um in einer kurzen Zeitspanne von drei Monaten ein Stück über dieses Thema aufzuführen. Die Initiative stand unter der Leitung von Claudia Scholl, einer Schauspielerin und professionellen Regisseurin. Damit ergab sich zum zweiten Mal in meinem Leben die Gelegenheit, hier in Deutschland eine Theaterrolle auf Deutsch zu spielen. Mein Akzent ist und bleibt entschieden italienisch, aber in diesem Fall erwies sich meine sprachliche Unvollkommenheit nicht mehr als Handicap, sondern im Gegenteil als besonders gefragte Eigenschaft. Ein Vorteil also, der es mir erlauben würde, mich schauspielerisch spontan so auszudrücken, wie ich bin, ohne dabei sonderlich auf meine Diktion achten zu müssen. So habe ich denn tief durchgeatmet und das Angebot angenommen. Was mir an der Sache wichtig erschien, war im übrigen, daß diese Initiative direkt von der Hamburger Kulturbehörde unterstützt und finanziert wurde. Manchmal fühlt man sich sogar von den Behörden geschätzt.

Nachdem ich mit großem Enthusiasmus beschlossen hatte, an dem Projekt teilzunehmen, ergab sich allerdings ein anderes Problem, das weniger auf sprachlichen Schwierigkeiten beruhte. Beim ersten Treffen waren wir ziemlich viele Leute – ungefähr zwanzig – jeden Alters und aus verschiedenen Länder. Das Treffen fand in einem Raum des Kulturladens statt. Wie die Kinder einer modernen multikulturellen Schule stellte sich jeder von uns unter Angabe seines Namens, seiner Herkunft und seiner dramaturgischen Aspirationen vor. Da wir dabei alle erwarteten, in die Erfahrungen der anderen eingeweiht zu werden, ergab sich in dem kleinem Raum, indem wir uns versammelt hatten, schnell ein lebendiger Austausch: Jeder war neugierig auf den anderen, was sicher nicht passiert wäre, wenn man sich einfach nur zufällig im Café des Kulturladens getroffen hätte. Nach sorgfältiger Auslese blieben schließlich sechs von uns übrig, um das Projekt zu realisieren: Manuel aus Angola, Michelle aus Frankreich, Eliana, Birgit und Winfried aus Deutschland, Brendan aus Irland und ich aus Italien. Außerdem kamen zwei ausgezeichnete Musiker hinzu, Bremjan und Zen, die dazu bereit waren, die Aufführung live mit Saxophon bzw. Gitarre zu begleiten. Von uns Schauspielern war die Teilnahme an der Inszenierung eines Stückes gefragt, das aus unseren jeweiligen persönlichen Lebenserfahrungen bestehen sollte, mit denen wir persönlich unser Heimatland verlassen haben, um in ein neues, fremdes und anderes Land zu kommen. Eine Reise und sechs verschiedene Koffer sollte das Stück mit dem Titel Fremd am treffendsten charakterisieren. Die ganze Sache erforderte gemeinsame Arbeit, aber zugleich auch Arbeit jedes einzelnen an sich selbst mit quasi psychotherapeutischen Effekten, in denen jeder von uns tief in seinem intimsten Inneren schürfen mußte, um herauszukriegen, warum man eigentlich abgereist ist. Warum weggehen? Warum sterben? Die einstimmige Antwort war: „Reisen um anzukommen, um neue Freiheiten kennen zu lernen, um zu leben“. Selbst wenn in den letzten Passagen des Theaterstückes erklärt wird: „Die wirklichen Reisen finden in uns selber statt“.

Von fundamentaler Bedeutung hat sich die Führung durch Claudia Scholl erwiesen, die auf bravouröse Weise mit Strenge, Beharrlichkeit und Einfühlungsvermögen unsere übertriebene schauspielerische Expressivität zu begrenzen verstand: Bei der Erkundung von privaten und ganz intimen Inhalten neigten wir nämlich dazu, auf Irrwege zu geraten. Claudia hat bestens dramaturgisch Raum für die Unterschiede in unserer Ausdrucksweise geschaffen, damit wir uns vor dem Publikum authentisch und unvermittelt darstellen konnten. Zum Ende hin hatten wir ein klares Ziel vor Augen: Uns alle wiederzuerkennen, sowohl Schauspieler als auch Publikum, als Mitglieder einer sehr unterschiedlichen, aber doch hochgradig vereinten Menschheit, in die niemand hineingeboren wird, um diskriminiert zu werden.

Aber was sollte ich über mich erzählen? Das war mein neues Problem. Zum ersten Mal mußte ich nicht irgendeine andere Person, sondern mich selber darstellen. Ich habe mich gezwungen, dabei ehrlich vorzugehen. Und obwohl ich mich dabei ein bißchen wie das Opfer am Altar fühlte, habe ich jede Maske abgelegt – eine sehr interessante und anspruchsvolle Erfahrung. Mit eiserner Disziplin haben wir abends, am Ende des Arbeitstages, und ganze Wochenenden geprobt. Schließlich kam dann der Tag der Premiere. Wir hatten ein ärmliches Bühnenbild, eigentlich aus gar nichts gemacht, mit nur einer Kulisse im Rücken. Das Publikum hörte während des ganzen Stücks still und immer sehr aufmerksam zu. Zum Schluß gab es lebhaften Applaus. Während der Proben hatte ich mich oft gefragt, warum ich aus meinem Privatleben berichten, warum ich meine intimsten Emotionen interpretieren sollte, um sie Unbekannten preiszugeben. Eine befriedigende Antwort erhielt ich von einer jungen chinesischen Studentin, die mich nach der Aufführung im Foyer erwartete. Sie wollte andere Sachen von mir wissen, sogar was der Name Paola bedeutet, wo ich Theater studiert hatte und zum Schluß wollte sie auch ein Autogramm von mir haben. Das hat meiner angeborenen Eitelkeit geschmeichelt. Aber ich war auch überrascht und gerührt bei dem Gedanken, daß der Sensibilität jedes einzelnen keine Grenzen gesetzt sind und daß die Menschheit eine einzige ist. Obwohl in zwei weit entfernten und kulturell völlig verschiedenen Ländern aufgewachsen, empfanden wir in dieser Stunde der Aufführung eine tiefe Einigkeit und Verbundenheit miteinander.

Eine andere sehr schmeichelhafte Antwort war die Beobachtung einer befreundeten Journalistin. Von Statur her bin ich klein. Sie sagte mir, daß meine Erscheinung auf der Bühne größer war, ja daß ich ihr sogar richtig groß erschienen sei. Interessant war es auch, mich selber im Alter von 25 Jahren zu spielen. Das verlangte die Regisseurin. Allerdings bin ich schon vierzig. Ich habe also gespielt, indem ich mich in die Zeit zurückversetzte und mir kam es vor, als hätte das Publikum mir die 25 Jahre wirklich abgenommen. Wenn es um die Wiedergabe meines psychologischen Unbehagens, die Einsamkeit, das Unverstandensein und die Sehnsucht ging, habe ich mich auf der Bühne immer zu starken Gemütsbewegungen gezwungen. In kleinen Theatern zu spielen ist wirklich eine tiefe Erfahrung: Man schaut sich direkt in die Augen und hält den Atem an, um keine Geräusche zu machen.